Il blog di Fabio Bortolotti

giurista docente saggista

Questo è il blog di Fabio Bortolotti

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Se vuoi conoscermi, guarda la mia biografia, le mie pubblicazioni, premi letterari, oppure segui le video interviste sugli ultimi libri, vedi le varie o leggi alcune recensioni, massime morali e di vita. 

«E’ fuor di dubbio che sono per lo più i bricconi a detenere le cariche … se le funzioni di potere vengono talora assunte da uomini onesti, ma è un caso assai raro, che cosa risulta gratificante in esse al di fuori dell’onestà di coloro che le esercitano ?»

(Severino Boezio, Consolatio Philosophiae)

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MASSIME MORALI E DI VITA

 

honeste vivere – vivere con onestà

Quello di vivere onestamente è un basilare canone morale-filosofico-giuridico, a cui si ispirano molti precetti generali del nostro ordinamento. Oggi, come ieri, vive onestamente una persona che conduce una vita integerrima, una vita di assoluta onestà e rettitudine morale.

In rapporto alla condizione soggettiva, all’ambiente in cui vive o alla professione, si dice onesta una persona il cui comportamento è di profondo rispetto dei principi morali ritenuti universalmente validi, una persona che si astiene da azioni riprovevoli nei confronti del prossimo, una persona che, nel suo lavoro, è scrupolosa, coscienziosa.

alterum non laedere – non danneggiare gli altri

La cultura della legalità presuppone un solido radicamento delle regole morali, oltre che un vivo senso dell’etica, in assenza o in carenza di esse la vita e l’attività sociale non potrà svolgersi nel rispetto della legge, della persona umana e dei suoi diritti fondamentali.

Non è azzardato affermare che in assenza di tali presupposti sono in serio pericolo le basi stesse della democrazia, soffocate dalle oligarchie dei partiti, dalla partitocrazia, dalla corruzione, dalla demagogia e dalla manipolazione dell’opinione pubblica da parte dei signori della politica e dei mass media.

suum cuique tribuere – attribuire a ciascuno il suo

Aurea regola di antica saggezza greco-latina, ab origine elevata a norma etica e a fondamentale precetto di vita, prima ancora di attribuire valenza giuridica.

È un basilare canone cui si ispirano molte regole del vigente ordinamento giuridico, compendiato nel principio di giustizia previsto dall’art. 2041 del codice civile, in forza del quale ad ognuno deve venire riconosciuto ciò che di diritto gli spetta o gli appartiene.

Nelle moderne democrazie la giustizia commutativa e la giustizia sociale costituiscono un caposaldo dello Stato e delle pubbliche istituzioni.

Il grado di civiltà di un popolo si misura primariamente sul livello di giustizia raggiunto, oltre che sull’insieme degli elementi culturali, giuridici, morali ed economici, che caratterizzano la vita del popolo medesimo.

prima societas in ipso coniugio est – la primaria forma di società si rinviene nello stesso matrimonio

È storicamente e socialmente provato che la famiglia naturale si configura come una vera e propria istituzione naturale, di rilevanza sociale, destinata a completare e a perfezionare la persona umana in tutte le sue dimensioni e i suoi valori.

Nel corso dei secoli, la famiglia è sempre stata vista come una insostituibile fonte di ricchezza morale, spirituale e materiale, elementi indispensabili per un sano sviluppo umano, sociale e politico di tutti i suoi componenti.

Questa tramandata visione di famiglia, come centro naturale della vita umana e della società, è mirabilmente consacrata nell’art. 16, terzo comma, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (cfr. Legge 4 agosto 1955 n. 848), con il seguente universale principio: «la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato».

In quest’ultimo decennio alcuni Paesi europei hanno adottato norme in aperto contrasto con il fondamentale principio compendiato nell’art. 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. In tali Paesi si è maturata l’idea di riconoscere varie forme di unioni e convivenze civili come equivalenti alla famiglia naturale, finendo per porle ad ogni effetto sullo stesso livello della medesima. Con Legge 20 maggio 2016 n. 76, si è ora allineata anche l’Italia.

lex iniusta non est lex – una legge ingiusta non è una legge

Aurea massima, riconducibile alla compilazione giustinianea, che racchiude un fondamentale principio etico, secondo cui le leggi disumane, immorali o non ispirate a publica onesta, a tutela del buon costume, che ipotizzano comportamenti contrari ai principi morali di una collettività, non sono degne di essere definite tali.

Una legge che si allontani dalla ragione o che si riveli contraria alla legge morale o alla natura umana, non può che essere definita legge ingiusta perché attua in qualche modo una forma di violenza.

Ci sono leggi, forse poche numericamente ma però molto rilevanti, che entrano gravemente in contraddizione con la natura umana, determinando comportamenti sociali considerati giusti per disposizione di legge ma ingiusti per natura. Si pensi ad es. alle leggi disumanizzanti che negano il diritto alla vita, alle leggi che scalfiscono l’intangibilità della vita, alle leggi che rendono legale l’aborto e l’eutanasia (o che facilitano la morte); alle leggi che surrogano la famiglia naturale con le unioni civili; alle leggi che ledono in maniera sostanziale beni o diritti appartenenti al bene comune o ai diritti fondamentali della persona; alla nuova cultura gender. Si pensi anche alle leggi che, direttamente o indirettamente, riconoscono i diversi orientamenti sessuali, noti con l’acronimo «Lgbt».

In pratica, si tratta di leggi che, negando ab origine il diritto ad avere un padre e una madre, contrastano apertamente con l’art. 2 della Costituzione italiana, secondo cui «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», diritti connaturati alla natura dell’uomo, nonché con l’art. 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Legge 4 agosto 1955 n. 848), secondo cui: «la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato».

Oltre ai casi citati, nella valutazione comune, si suole definire ingiusta anche la legge che:

  • si riveli tollerante, permissiva o priva di forza vincolante in quanto, non sanzionando adeguatamente i comportamenti contrari, di fatto, accetta l’idea che basta «farla franca», cioè non essere scoperti;
  • non sanziona adeguatamente la corruzione perché, di fatto, è come la permettesse;
  • non sia ispirata a giustizia, alla tutela del buon costume, o che comunque ipotizza comportamenti contrari ai principi morali di una collettività.

Sono certamente ingiuste anche le interpretazioni della c. d. giurisprudenza creativa che tentano di andare oltre i dettati legislativi, stravolgendo la ratio o la stessa voluntas legis.

suus cuique modus est – ogni cosa ha un suo limite

Questa massima di antica saggezza greco-latina, elevata a fondamentale precetto di vita, fa capire che in ogni cosa bisogna osservare la giusta misura, che non si deve eccedere nelle cose, che le posizioni individuali non devono andare al di là da quello che può considerarsi il normale comportamento.

Nel tentativo di individuare il giusto equilibrio, secondo la saggezza popolare: in primo luogo occorre abituarsi a pensare, a cercare di capirsi, a conoscere se stessi; in secondo luogo è opportuno avere il senso del limite e della realtà, diffidare dall’eccessivo rigore e dall’eccessiva tolleranza; in terzo luogo è sicuramente più giusto diffondere positività piuttosto che negatività.

non nobis solum nati sumus – non siamo nati soltanto per noi

Adagio ciceroniano che esalta l’aiuto reciproco tra gli uomini e l’amore per il prossimo. Secondo l’ideale ciceroniano gli uomini devono distinguersi per alcune qualità, tra cui: la giustizia, l’altruismo, la buona disposizione d’animo verso il prossimo, la liberalità di chi ha i mezzi o di chi occupa una posizione sociale elevata. Ponendo l’accento sull’ideale della solidarietà umana, Cicerone fa poi notare che: homines autem hominum causa esse generatos – gli uomini sono stati generati per gli uomini (perché si aiutino l’un l’altro). Sarà dovere di ognuno, afferma il grande oratore romano, «rispettare, difendere, mantenere la concorde unione e consociazione di tutto il genere umano».

L’alto pensiero ciceroniano fa capire che, per garantire una serena convivenza, in primo luogo, bisogna avere piena coscienza della nostra natura umana, che postula amore e solidarietà verso tutti. Chi pensa esclusivamente ad affermare il proprio ego, non si preoccupa della condizione degli altri, anzi li considera un ostacolo all’affermazione di se stesso. Gli elementi fondamentali per un mondo senza nemici e per la preservazione del genere umano sono costituiti dall’amore, dalla concorde unione delle persone, dalla solidarietà e dall’amicizia: l’uomo non deve vedere nell’altro un avversario o una minaccia per la propria esistenza ma un amico e un compagno di vita. Inoltre, per garantire una serena convivenza civile, occorre rapportarsi agli altri tenendo conto della diversità e della necessità di comprendere i vari punti di vista.

errare humanum est – errare è umano

Celebre adagio medievale, adattamento di un topos della letteratura latina, che si completa con: sed in errore perseverare dementis – ma perseverare nell’errore è da dementi.

Il grande poeta inglese Alexander Pope (1688 – 1744), nel sottolineare che «è proprio della natura umana sbagliare» precisa che è doveroso correggersi, soggiungendo poi: «sbagliare è umano,  perdonare è divino».

La vita, a ben guardare, non è che una sequela di sbagli, di mancanze di vario ordine, e quindi il vero problema, secondo gli osservatori, non sta tanto nell’errore in sé, che è antico quanto l’uomo, ma nel saper riconoscere i propri errori. Occorre quindi un sincero ripensamento interiore che ci porti a far tesoro delle mancanze onde evitare successive ricadute,occorre riflettere sui propri errori, traendone monito per il presente e per l’avvenire.

In breve, ammettere i propri errori, anche se richiede uno sforzo, è doveroso perché significa riconoscere la nostra fallibilità. Tra l’altro, a posteriori ci si rende conto che ammettere apertamente uno sbaglio ci fa stare meglio. Spesso, la nostra crescita parte dai nostri errori e se non facciamo errori allora non potremmo mai crescere.

ad virtutem una ardua via est – per la virtù c’è una sola difficile strada

Nell’antica Roma la virtù era intesa come l’insieme delle doti e delle capacità che concorrono a costituire il modello etico della classe dirigente.

Oggi, il concetto di virtù è inteso come disposizione d’animo volta al bene, senza attendersi alcun utile, sia nelle vita privata che in quella pubblica (Diz. Sabatini Coletti). A sua volta, la disposizione d’animo volta al bene, può essere intesa in vari modi:

  • in senso ampio, si intende la disposizione naturale volta a fuggire il male e fare il bene, a prescindere da eventuali premi o castighi;
  • in senso specifico, si intende la buona disposizione d’animo, le doti, le qualità ed i pregi personali;
  • in senso generale, si intende l’insieme delle qualità positive, le doti, i pregi, la forza d’animo, la capacità morale di perseguire costantemente e tenacemente uno scopo giusto ed onesto, affrontando coraggiosamente tutto ciò che vi si oppone.

A proposito di fare il bene, non può mancare l’alto pensiero di Santa Teresa di Calcutta (1910-1997), Premio Nobel per la pace:

  • l’uomo è irragionevole, illogico, egocentrico,
  • non importa, amalo
  • se fai il bene ti attribuiranno secondi fini egoistici,
  • non importa, fa’ il bene
  • se realizzi i tuoi obiettivi troverai falsi amici e veri nemici,
  • non importa, realizzali
  • il bene che fai verrà domani dimenticato,
  • non importa, fa’ il bene
  • l’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile,
  • non importa, sii franco e onesto
  • quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo,
  • non importa, costruisci
  • se aiuti la gente se ne risentirà,
  • non importa, aiutala
  • dà al mondo il meglio di te, e ti prenderanno a calci,
  • non importa, dà il meglio di te.

supra hominem – superiori alla natura umana

Espressione della classicità latina per raffigurare una cosa che va oltre i limiti delle possibilità umane.

Oggi, nel linguaggio d’uso colto, è spesso preferita alla sua traduzione italiana, sia per maggior raffinatezza stilistica che per maggior concisione. Si dice di qualcosa che è al di là della portata umana, qualcosa che trascende le possibilità umane, qualcosa di oltreumano, di sovrumano.

Devono considerarsi supra hominem anche i rilevanti problemi strettamente connessi all’intangibilità della vita umana, quali: la fecondazione artificiale, l’uso degli embrioni a scopi scientifici, l’aborto, l’utero in affitto, gli stati vegetativi, etc. Non riconoscere fondamentale rilevanza a questo insieme di problemi di ordine rigorosamente antropologico significa negare le realtà fondative dell’essere umano e negare la stessa natura umana.

In una civiltà avanzata ed evoluta, i citati problemi antropologici assumono priorità assoluta, non solo sull’economia, la finanza e il lavoro, ma anche su ogni altro genere di valori umani, morali e civili.

nec spe nec metu – né con speranza, né con paura

È il motto di Isabella d’Este (1474 – 1539), marchesa di Mantova, moglie di Francesco Gonzaga. Il motto è stato variamente recepito e interpretato nel corso dei tempi:

  • come un modo di atteggiarsi di fronte alle difficoltà;
  • come invito ad affrontare la vita con serenità di spirito senza dare troppa importanza alla buona o avversa sorte;
  • come invito a cogliere, quando è possibile, le gioie e i momenti lieti della vita, perché difficilmente si ripetono.

Nell’interpretazione più ricorrente, il nec spe nel metu esalta chi sa mantenersi distaccato tanto dalla speranza, in modo da non farsi illusioni, quanto dalla paura, in modo da affrontare con coraggio le difficoltà della vita. In breve, è un invito a vivere la vita con realismo e serenità, accettando la buona e la cattiva sorte, senza confidare troppo nella fortuna e senza angosciarsi troppo per le avversità.

È peraltro nell’ordine della natura che la persona reagisca ai mali della vita, il bisogno stesso stimola la mente umana a risolvere problemi e a trovare soluzioni nelle situazioni più difficili.

A proposito di come affrontare la vita, vero miscuglio di gioie e dolori, si richiama l’alto pensiero di Santa Teresa di Calcutta (1910-1997), Premio Nobel per la pace:

  • la vita è una opportunità, trai beneficio dalla vita
  • la vita è bella, ammirala
  • la vita è un sogno, realizzalo
  • la vita è una sfida, incontrala
  • la vita è un dovere, completala
  • la vita è un gioco, giocala
  • la vita è una promessa, mantienila
  • la vita è dolore, superalo
  • la vita è una canzone, cantala
  • la vita è una sfida, accettala
  • la vita è una tragedia, confrontati
  • la vita è avventura, osala
  • la vita è felicità, falla
  • la vita è preziosa, non distruggerla
  • la vita è vita, combatti per essa

officium natura docet – la natura insegna il dovere di ciascuno

Espressione della classicità latina per indicare che la natura ha preminenza sull’uomo ed è madre operatrice di tutte le cose. Nel pensiero della classicità latina una legge di natura è eterna e immutabile, i cui semi sono impressi negli uomini da una forza innata.

In breve, l’uomo non può stravolgere i vincoli derivanti dal diritto naturale e l’ordine naturale delle cose, che poggia su leggi create dalla natura per il governo dell’ambiente e della società umana. Ed ancora, le leggi invariabili della natura non tollerano leggi umane a esse contrarie e laddove introdotte non possono che rivelarsi irrazionali e ingiuste.

L’uomo, per istinto naturale, ha consapevolezza di ciò che è bene e ciò che è male ed altresì ha percezione dei valori umani e morali e di un corretto agire individuale. Non sbaglia l’uomo che ascolta la propria coscienza e si orienta secondo quanto detta la medesima, in questo modo si indirizza verso la scelta giusta e si sente in pace con se stesso.

Secondo il pensiero di Gandhi (uomo politico indiano e alta guida spirituale, conosciuto col nome di Mahatma – grande anima,1869-1948): «la felicità e la pace del cuore nascono dalla coscienza di fare ciò che riteniamo giusto e doveroso, non dal fare ciò che gli altri dicono e fanno» (Mohandas Karamchand Gandhi).

Bonum factum – bene comune

Nell’accezione derivante dalla cultura latina, il concetto di bene comune è molto ampio, comprendendo tutto ciò che si può considerare buono, giusto, onesto, utile per la collettività, concetto destinato a coinvolgere l’intera attività degli stessi soggetti garanti del sistema, cioè degli organi (monocratici e collegiali) preordinati ad assicurare il bene pubblico e le condizioni di vita in comune.

Tra i fondamentali valori della democrazia figura il bene comune, la dignità della persona umana e il rispetto dei suoi diritti, valori che discendono dalla legge morale, prima ancora che da quella civile, e che non possono essere creati o modificati ma soltanto rispettati e promossi.

In senso lato, oggi, si parla di orientamento al bene comune, alla disponibilità ad offrire un personale contributo alla costruzione di un mondo più giusto e migliore.

Nella vita di tutti i giorni, ognuno deve impegnarsi attivamente nell’edificazione del bene comune, favorendo anche il dialogo sui temi della pace, dei diritti umani, della legalità, della moralità, dell’ambiente, dello sviluppo, etc.

Ai fini del bene comune, le relazioni interpersonali vanno vissute nello spirito della fraternità, nella cui area la diversità diventa una ricchezza da scoprire, si fa esperienza di come ricercare soluzioni concrete per superare difficoltà e ostacoli, come assumersi responsabilità, etc.

curva corrigere – raddrizzare le cose storte

Detto medievale, usato per lo più nel campo dell’educazione, per indicare che si vuole correggere qualcuno sul piano pratico o morale, correggere una brutta abitudine, una brutta condotta, un brutto carattere.

Una persona dotata di un buon carattere, di equilibrio e di buon senso non si fa trascinare da suggestioni di massa, conserva la testa, guarda innanzi con coraggio ed ottimismo. Il carattere è il risultato della formazione familiare, della cultura e dell’ambiente sociale.

Gli storici e gli antropologi fanno notare che «per la formazione di una persona il carattere è più necessario dell’erudizione».

vir bonus – persona perbene

Il concetto di vir bonus compare in diversi scritti di Cicerone, ma è presente anche in vari classici greci e latini, indica la figura dell’uomo onesto, virtuoso, integerrimo, ordinato, che ha buona cura delle proprie cose e si comporta secondo i modi che suggerisce la civile convivenza. Nel pensiero ciceroniano, i mezzi grazie ai quali si diventa vir bonus sono lo studio, la scrittura, la meditazione, ogni iniziativa a favore di chi ha bisogno, le attività non retribuite, il senso del pudore e della misura.

Gli uomini perbene, afferma Cicerone, li vogliamo anche «schietti, amanti della verità ed incapaci di inganno, qualità che appartengono al cuore stesso della giustizia». 

Il vir bonus, il buon cittadino, è di esempio in ogni circostanza, aiuta chi ha bisogno, fa del bene a tutti e non fa nulla che possa nuocere o offendere gli altri. Qualunque sia il suo lavoro, ha il senso del dovere, si fa onore e non viene meno alla parola data.

Oggi, come ieri, ci sono persone perbene, persone che sanno resistere alle varie occasioni di corruzione, persone che conservano una perfetta integrità morale, che non subiscono cedimenti di sorta.

Il vir bonus prende parte attiva alla vita pubblica e, conscio che le idee estremiste assai di rado sono valide, assume posizioni moderate ed equilibrate, è assertivo, si esprime solo dopo aver acquisito esperienza o conoscenza della materia. Tiene sempre presente che in politica ogni problema ha almeno due facce e finchè non riesce a vederle tutte non assume decisioni definitive. Inoltre, il vir bonus si ribella all’indifferenza, all’omertà, al silenzio, che portano ad avallare conduzione politiche sbagliate.

contra bonos mores – contro i buoni costumi

Il mondo arcaico romano era caratterizzato da rigide regole morali, da comportamenti consuetudinari, da una generalizzata dedizione al bene comune, nonché da un sentito senso dell’onore e dell’onestà pubblica, della morale tradizionale, intesa come rispetto per gli usi e le idee degli avi.

Nell’uso italiano, l’espressione contra bonus mores indica un comportamento umano contrario alle regole del buon costume, delle buone tradizioni, delle buone usanze, delle norme etiche o morali. Secondo il comune modo di sentire, le regole morali sono quelle dettate dalla coscienza umana, regole che sono di guida all’uomo per discernere il bene dal male.

L’uomo di carattere deve dimostrare di avere un unico modo di sentire e di vivere la morale e deve esprimersi secondo l’interiorità della propria coscienza, dando prova di coerenza di condotta, senza cedimenti di sorta.

I nostri tempi sono contraddistinti dalla cultura del permissivismo e del lassismo ai massimi livelli, cultura disdicevole che attanaglia il Paese da molti anni, a detrimento della moralità e dell’etica, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Lo scadimento dei valori è vagheggiato, assecondato e accreditato dalle ideologie politiche del laicismo, da culture di massa lassiste, da scuole di pensiero materialiste e massimaliste, cui fa seguito la colpevole noncuranza degli onorevoli signori della politica e degli apparati istituzionali, aggravata dalla venuta meno dell’educazione in famiglia e dei giusti indirizzi della scuola.

E poiché la morale pubblica è un indubbio bene comune, preoccupa il sopore dei mass media, che non informano esaurientemente i cittadini su come stanno realmente le cose, limitandosi a spettegolare qualche frase vaga o sconnessa, anziché richiamare l’attenzione sulla questione morale e provocare un’alzata di scudi.

Gli studiosi di etica sociale e di morale comune insegnano che, al di là della formazione di massa, l’onestà e l’integrità di costumi sono frutto di un costante impegno personale nella strada della virtù e chi è forte della propria rettitudine morale difficilmente commette azioni infamanti.

L’onore e la stima personale si acquistano per meriti, per l’onesta e la fiducia che si ispira, per le qualità di mente e d’animo, per nobiltà di condotta e di costume, e costituiscono l’integrità morale e la reputazione di una persona, qualità che, una volta perse, è difficile riacquistarle.

magna est vis humanitatis – grande è la forza dell’umanità

L’adagio ciceroniano pone l’accento sulle qualità, doti e sentimenti propri dell’uomo. Fin dall’antichità gli uomini hanno capito la necessità, per il bene di tutti, di una condotta di vita improntata a principi di benevolenza e rettitudine, anche se l’evoluzione umana e il cambiare dei tempi hanno reso sempre più arduo e difficile tale compito.

La letteratura e la filosofia greca e latina si sono adoperate in mille modi per individuare un modello ideale di vita e per suggerire un indirizzo etico impregnato di valori umani e di valori morali.

Rapportato ai nostri giorni, l’adagio ciceroniano suona come richiamo ai valori umani e morali, cui dovremmo ispirarci nella vita:

  • il rispetto della vita, della persona umana e della dignità umana;
  • il rispetto di sé, degli altri e delle idee altrui;
  • il senso di responsabilità e di giustizia;
  • la solidarietà e la fratellanza tra tutti gli uomini;
  • comprensione, compassione, tolleranza, cortesia;
  • moderazione e umiltà, che comprende equilibrio, modestia, dolcezza;
  • senso di altruismo che porta ad agire a vantaggio degli altri;
  • apertura verso bambini, orfani o abbandonati;
  • integrità morale, che comprende onestà, verità, sincerità, lealtà;
  • amicizia, che nasce con la stima e la fiducia reciproca.

Inoltre, il buon cittadino è rispettoso delle autorità, ha spirito di attaccamento al lavoro e senso di responsabilità in qualsiasi azione, antepone il dovere ai sentimenti e desideri personali, è retto e veritiero nelle sue azioni e nei rapporti interpersonali.

Dal quadro d’insieme si fanno derivare i «beni propri della natura umana», in ordine ai quali gli antropologi e gli studiosi dell’animo umano hanno dato la seguente chiarificazione: «sono in quantità illimitata, non si comprano e non si vendono, sono accessibili a tutti ma non tutti li conoscono, non hanno un prezzo, si possono avere e godere solo gratis». Questi beni si chiamano: umanità, affettuosità, tenerezza, amore, calore umano, benevolenza, affabilità, dolcezza, amicizia, lealtà, buona disposizione d’animo verso il prossimo, cortesia, solidarietà.

Se detti valori umani e morali trovassero pratica applicazione nella vita quotidiana, si potrebbero creare migliori condizioni di vita, si potrebbe star bene insieme agli altri e la nostra esistenza, pur nella sua precarietà, potrebbe essere vivibile per tutti, se non amabile.

quae nocent docent – le cose che nuocciono insegnano

Adagio medievale, adattamento di un topos della letteratura latina, per significare che dai propri errori si può trarre un’esperienza di vita e un insegnamento morale di cui far tesoro.

Generalmente, sono le disavventure, le avversità della vita e le cose che più ci fanno soffrire a costituire opportunità di ammaestramento, di insegnamento e di educazione (morale o spirituale), oltre che occasione preziosa per la formazione e il temperamento del nostro carattere.

L’esperienza è madre di scienza, recita un antico proverbio, così come una brutta esperienza vale più di mille minacce. Secondo i grandi maestri di vita, è sufficiente che ognuno rifletta sui propri errori, traendone monito per il presente e per l’avvenire. Al riguardo, le tradizioni proverbiali annoverano i detti: «danno fa far senno; i dolori sono valori».

Secondo la saggezza popolare, si impara a vivere in modo appropriato solo dopo aver acquisito un buon bagaglio di esperienze, intese come insieme di capacità e cognizioni acquisite nel corso della vita, e nello stesso tempo si impara anche a sbagliare meno.

officiorum coniunctio – vincolo dei reciproci favori

Espressione presente in vari classici latini per indicare il sistema dei favori reciproci nei rapporti interpersonali.

Si riprende per alludere a rapporti che poggiano su reciproci interessi, a situazioni di contropartita, di contraccambio, di vicendevoli convenzioni (in genere poco corrette), ove qualcuno offre qualcosa per avere in cambio favori o benefici.

In campo pubblico, le forme rigorosamente dissimulate di officiorum coniunctio sono, ahinoi, un modo consueto di agire o di reagire, assurto vergognosamente a regola comportamentale. Le varie figure, tutte accuratamente camuffate, concretizzate con atti che si presentano inappuntabili sotto il profilo formale, possono essere di varia natura, in dipendenza delle persone interessate e della materia oggetto di rapporto, come ad es.:

  • scelte politiche dettate da reciproci interessi;
  • forme di clientelismo e nepotismo politico;
  • deliberazioni di organi istituzionali che sottendono agevolazioni interessate;
  • deliberazioni di organi istituzionali che sottendono favoritismi mirati;
  • deliberazioni di organi istituzionali tese a privilegiare amici di partito o persone di sicura fede politica, con incarichi, benefici e agevolazioni di varia natura.

Le forme di officiorum coniunctio sono un modo odioso quanto riprovevole di personalizzare e caratterizzare i rapporti tra rappresentanti (esponenti politici) e rappresentati (singoli individui o gruppi sociali). I primi procurano ai secondi protezioni, pubblici incarichi, vantaggi economico-sociali, facilitazioni, agevolazioni, concessioni di opere e servizi, benefici e favori di vario genere, i secondi assicurano in cambio il loro consenso elettorale e, nel contempo, oltre ad assumere funzioni di confidenti e di informatori del loro patrono politico, divengono anche procacciatori di ulteriori consensi elettorali. Si crea così una spregevole forma di spirale politica a sostegno del patrono politico, che determina una progressione di fenomeni negativi per la società civile e la democrazia.

Tale stato di cose, nell’attività politica e amministrativa, è una piaga sociale particolarmente grave e diffusa, che affligge e preoccupa, la cui estirpazione si pone come conditio sine qua non per assicurare il progresso e la civiltà.

vive ut post vivas – vivi in modo che tu possa vivere ancora

Detto di ignota fonte, che trova principio nello spirito del cristianesimo, ove compendia l’intero messaggio evangelico della risurrezione, ma che trova riscontro anche in visione di etica laica (propria dei non credenti, agnostici, laicisti, atei).

Le due differenti concezioni, ognuna con un proprio ben distinto angolo visuale, nell’ordine, si possono così schematizzare:

  • vivere secondo lo spirito cristiano, vivere crux doceat – la croce ti insegni a vivere, nella prospettiva di poter poi vivere (dopo la morte);
  • vivere secondo idealità e valori soggettivi, nella prospettiva di operare con rettitudine, affinché rimanga un positivo segno (flaschbak) e una benevola memoria (ricordo) di noi stessi.

Ambedue le concezioni costituiscono una magnificazione della persona animata da oneste intenzioni, che mira al bene e si ispira a giustizia, che agisce con lealtà e rettitudine, che mantiene una condotta conforme a virtù.

Al di là della suggestione che possono esercitare ambedue le concezioni in questione, a seconda dei propri convincimenti spirituali e morali, resta assodato che le stesse non sono tra loro antitetiche ma parallele, con reciproche corrispondenze, senza tuttavia interferire l’una sull’altra.

Per approdare alla naturale chiave interpretativa del vive ut post vivas, diretta ad appurarne il contenuto semantico, occorre vivere convintamente nell’idea di un continuum dopo la cessazione della vita fisica.

Il continuum per il credente compendia il messaggio evangelico della risurrezione, mentre per il non credente compendia l’idea di un positivo segno (flaschbak) e di un buon ricordo di se stessi.

In breve, il motto vive ut post vivas suona per tutti come generica esortazione a vivere correttamente il nostro passaggio terreno, secondo ideali di civiltà e di morale tradizionale, fermamente convinti che tali ideali, secondo un vecchio detto: «sono come la stella polare, è irraggiungibile, ma indica la retta via».

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