Estratto dal libro “Potere malefico”

Introduzione

Il potere politico, inteso come arte del governare, costituisce un campo di indagine soggetto ad una continua evoluzione, contrassegnato da discordanti dottrine e scuole di pensiero, in cui non sono rinvenibili solide certezze cui fare riferimento e, nella variabilità delle situazioni, non è certo facile districarsi.

Il presente saggio è un approccio di indole prammatica, i cui contenuti possono offrire contributi conoscitivi e suscitare qualche interesse a chi desidera addentrarsi nelle singolarità del mondo politico e del potere.

In particolare, vengono stigmatizzati gli eterni vizi del potere, richiamando l’attenzione sulle aberrazioni, sulle ambiguità e sul malcostume politico e sociale, tutti fenomeni che rendono ragione al titolo, potere malefico.

I vari argomenti fatti oggetto di esame sono sviluppati in tre Capitoli: nel primo si riporta qualche cenno storico sul concetto di potere, nel secondo si passa a parlare del potere politico in generale, mentre nel terzo si esprimono considerazioni generali su alcune sfaccettature della politica.

L’idea generale è quella di affrontare le caratteristiche salienti del caotico e sregolato mondo della politica, di esprimere valutazioni critiche sul cattivo uso del potere, non senza avanzare indicazioni e pareri sul corretto utilizzo del medesimo.

Dal quadro d’insieme esce un’immagine poco onorevole degli onorevoli «signori della politica», abili orditori di intrighi e irrefrenabili nell’uso di poteri malefici: si atteggiano a semidei, si sentono al di sopra dei comuni mortali anche nella sapienza, ostentano presunzioni di onnipotenza che li fa sentire capaci di governare le terrene, le eterne e le celesti cose.

Nell’esame dei vari temi si mira alla massima semplificazione, onde consentirne la comprensione alla generalità o quantomeno ad un vasto pubblico.

Oltre a non lesinare critiche a destra e a manca, si esterna un forte richiamo all’etica pubblica e privata e, nello stesso tempo, si lancia un pressante appello a raccogliere le sfide che i tempi ci presentano, nel duplice scopo di evitare i gravi errori del passato e di consolidare le basi di un modello evoluto di democrazia fondato sui valori morali del vivere civile.

L’autore

INDICE

Capitolo I

cenni storici

Concetto di potere nell’antica Grecia

Concetto di potere nell’antica Roma

Il potere temporale della Chiesa

Concetto di potere nel Medioevo

Capitolo II

il potere pubblico

Concetto odierno di potere

Potere individuale e libero arbitrio

Potere pubblico

Esercizio del potere pubblico

Neutralità e laicità dello Stato

I caratteri del potere pubblico

Il potere nella democrazia rappresentativa

Il potere nella democrazia diretta

Capitolo III

l’arcano mondo della politica

L’arte politica

I poteri forti

I partiti politici

I signori della politica

I seminatori di discordie

Rapporto fra morale e politica

Integrità morale e politica

Figure di potere politico malefico

Futuro contingente

Capitolo II

il potere pubblico

Concetto odierno di potere – Potere individuale e libero arbitrio – Potere pubblico – Esercizio del potere pubblico – Neutralità e laicità dello Stato – I caratteri del potere pubblico – Il potere nella democrazia rappresentativa – Il potere nella democrazia diretta

Concetto odierno di potere

Il termine «potere» può assumere diversi significati, a seconda dei vari ambiti di conoscenza, esperienza, attività ed anche dell’uso pratico che si vuole farne.

Nella definizione del vocabolario Treccani (Thesaurus), il «potere è la capacità o la possibilità di fare o non fare qualcosa».

In senso generale, il «potere» è la capacità concreta di fare quello che si vuole, al contrario di impossibilità, che si ha quando non si è in grado di realizzare la propria volontà. Si suole definire «potere» anche la capacità di condizionare i comportamenti, di influenzare i pensieri, le opinioni, le decisioni o le azioni altrui.

Nell’accezione comune, il «potere» è la capacità e/o la facoltà di imporre la propria volontà ad altri e di ottenere obbedienza, al contrario di impotenza, che si ha quando manca la capacità, la facoltà e/o l’autorità, di compiere un’azione o una funzione. In genere, tale capacità e/o facoltà è riconosciuta a persone o ad organi sulla base del ruolo ricoperto o in virtù dell’autorità o della funzione svolta.

In connessione con l’autorità o il ruolo ricoperto in un determinato campo (politico, economico, amministrativo, culturale, religioso, ideologico, parentale, etc.) l’espressione di un potere presuppone la capacità, nell’ambito delle proprie competenze, di stabilire regole e di prendere decisioni obbligatorie, in fatto o in diritto.

Sul piano personale, l’espressione di un potere presuppone forti e precise motivazioni o aspirazioni che, in linea ideale, non possono che scaturire dalla voce della propria interiorità, da propri valori e proprie convinzioni etiche, oltre che da cognizioni ed esperienze pratiche.

Nella complessa realtà dei giorni nostri, la grande eterogeneità dei valori, spirituali e materiali, personali e collettivi, qualunque sia il campo d’azione, non rende certo facile l’esercizio del potere, cioè il compito di esprimere la propria volontà secondo la voce della propria interiorità e operare scelte secondo scienza e coscienza.

In tema, occorre accennare brevemente alla fondamentale distinzione tra il potere inteso come forza e il potere inteso come consenso: il primo si sostanzia nella capacità di imporre o far valere la propria volontà con ogni mezzo, mentre il secondo nell’abilità di trovare obbedienza attraverso la persuasione e/o il riconoscimento di una superiorità.

A grandi linee, negli Stati democratici, e a fortiori in quelli autoritari, per mantenere l’ordine sociale assume grande rilievo la prima figura di potere, quello esercitato con mezzi coercitivi e/o attraverso l’uso della forza, mentre nei rapporti tra le persone e tra queste e lo Stato assume grande rilievo la seconda figura di potere, quello esercitato attraverso il consenso.

Rispetto alla sua origine, il potere è di natura pubblica se esercitato su un territorio, sulle persone che lo occupano o su un’istituzione pubblica, quale essa sia, e di natura privata se esercitato in un ambito ristretto di legami o di rapporti personali.

In campo pubblico, il potere si esplica nelle tre funzioni fondamentali dello Stato (potere legislativo, esecutivo, giudiziario), attraverso la capacità d’azione attribuita dall’ordinamento giuridico agli organi istituzionali, sostanziandosi nella possibilità di amministrare la cosa pubblica, nell’esercizio del governo, nella direzione della vita di uno Stato, nella capacità di stabilire regole, di imporre il rispetto delle medesime e di assumere decisioni obbligatorie per tutti.

In campo privato, il potere di una persona, nel contesto di una relazione sociale, si sostanzia nella possibilità o capacità materiale di compiere una data azione o di imporre e far valere la propria volontà.

A detti lineamenti generali di potere, si vanno ad aggiungere altre importanti figure, tra le quali merita essere ricordato:

  • il potere giuridico, che si identifica nella capacità di una persona o di un organo di costituire, modificare o estinguere un rapporto giuridico;
  • il potere economico, che si sostanzia nella possibilità o nella capacità di chi possiede risorse materiali di condizionare o influenzare in qualche modo le scelte delle persone;
  • il potere ideologico, che consiste nella capacità di influenza sulle idee delle persone;
  • il potere carismatico, che si fonda essenzialmente sul fascino della persona che lo esercita, dotata di grande ascendente. Si tratta di una peculiare figura di potere esercitato da chi, nell’ambito di un gruppo o di una società, è dotato di indiscutibile e generalizzata influenza su altri per effetto di prestigio, autorità riconosciuta da tutti, virtù (reali o presunte), doti intellettuali, scienza, saggezza, dottrina.

Qualunque sia il tipo di organizzazione sociale, il potere in campo pubblico, giuridico od economico, in sé e per sé presenta alcuni caratteri comuni:

  • è indice di un rapporto tra disuguali e – nella generalità dei casi – comporta la subordinazione di taluni alla volontà di altri;
  • i detentori del potere – nella generalità dei casi – possono fare uso di tutti i mezzi a loro disposizione per realizzare le finalità che si sono proposte, nonostante la volontà contraria di altri;
  • l’esercizio del potere – nella generalità dei casi – comporta che i soggetti subordinati dimostrino concreta obbedienza agli ordini impartiti.

Da quanto sopra si evince che, in tutti i campi, il potere è esercitato da persone ed ha come oggetto persone, categorie o gruppi di persone, oppure realtà materiali o immateriali.

La storia insegna che, nella vita sociale di tutte le epoche, la capacità materiale di imporre e far valere una volontà si è sempre basata su preordinate e coordinate relazioni di potere, il cui esercizio ha sempre assunto ruoli fondamentali sia nei rapporti pubblici che privati.

Potere individuale e libero arbitrio

Nella vita sociale di tutte le epoche storiche, il potere individuale ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella regolazione dei rapporti tra le persone.

In senso generale, come chiarito alla voce precedente, il potere individuale è frutto della volontà, da qui il detto «volere è potere», ad indicare che chi è in grado di volere veramente è anche capace di realizzare la sua volontà.

In termini pratici, il potere si sostanzia nella capacità e/o possibilità di prendere decisioni e di imporre la propria volontà, facendola valere su quella di altri.

Con significato iperbolico, si dice che il potere deriva dal capo (inteso come la testa, la mente, il cervello), non a caso si usa il termine «capo» sia per designare la testa del corpo umano sia anche per indicare colui che comanda.

L’esercizio del potere si concreta nella capacità di dare una forma diversa a ciò che esiste, di dar vita a qualcosa di nuovo, di assoggettare al proprio volere altre persone, e questo in ogni campo d’azione: lavorativo, economico-finanziario, politico, militare, religioso, culturale, scientifico, etc.

In campo politico, ma anche nel settore economico e sociale, il potere è esercitato in forma mediata, nel senso che le singole strutture, a loro volta, sono invariabilmente gestite da una gerarchia interna, ove i singoli capi sono vettori di una parte del potere centrale e/o generale.

In genere, più si sale la scala gerarchica più si estende la sfera d’azione, più aumenta il potenziale di trasformazione e più si estende il potere, conseguentemente, più aumenta l’impegno e più si amplia la responsabilità in capo ai soggetti interessati.

In linea ideale, in virtù dell’autonomia individuale, i singoli capi dovrebbero agire ed esplicare il loro potere in piena «libertà», oltre che in scienza e coscienza, con la maturazione di un convincimento indipendente e frutto di propri valori e proprie convinzioni etiche, piuttosto che sulla base di ideologie politiche o di credenze della società.

In linea pratica, però, l’indipendenza e l’autonomia della persona, ed a fortiori dei singoli capi, implica sempre una scelta individuale la quale, a sua volta, viene ad essere relativamente condizionata, vincolata a leggi, a norme morali, sociali, etc.

Da tali peculiarità si arguisce che, in un’ordinata vita sociale, la libertà e l’autonomia individuale non può essere «assoluta», dovendosi necessariamente abbinare a norme, ordini, discipline, assetti organizzativi, etc.

Gli studiosi di antropologia culturale sostengono per l’appunto che, nella complessa realtà odierna, caratterizzata da intricate circostanze e da condizionamenti imposti dai rapporti sociali, giuridici e politici, la «libertà assoluta» è un mero ideale utopistico, senza contare che l’uso smodato della stessa potrebbe condurre al rigetto delle regole morali e dei principi etici.

In ogni caso, giova tenere presente che un retto e genuino esercizio del potere non potrà mai conciliarsi con condotte che denotino qualità negative, quali sono ad es.: l’ingiustizia, la disonestà, la perfidia, l’illegalità, il comportamento arbitrario, l’abuso di potere, l’offesa, l’umiliazione, la sopraffazione, etc., tutte connotazioni che non fanno certo onore al detentore del potere e che finiscono per favorire ineluttabilmente il declino sociale.

Simili condotte da parte delle persone, ed a fortiori dei detentori del potere, nel denotare mancanza di moralità individuale, si qualificano come vere e proprie figure di potere malefico.

In campo letterario, all’idea plautina dell’homo homini lupus – l’uomo è lupo per l’altro uomo (Plauto, Asinaria, 495; II, 4, 88), che indica l’istinto delle persone di essere avide e senza scrupoli, si contrappone, sia nel senso che nella struttura, l’assunto del commediografo latino Cecilio Stazio (ca. 230-166 a. C.): homo homini deus – l’uomo è un dio per l’altro uomo, con la doverosa precisazione: si officium suum sciat – se saprà interpretare il proprio dovere, da cui si ricava che l’uomo è portato a considerare un dio chi lo salvi in una circostanza difficile o lo aiuti nei momenti di bisogno.

Oggi, per nostra fortuna, l’idea plautina dell’homo homini lupus si può considerare circoscritta solo ad una parte degli uomini, a quelli dominati dall’aggressività, dalla prepotenza e dall’individualismo sfrenato.

Per l’altra parte degli uomini, come rileva anche il teologo e umanista olandese Erasmo da Rotterdam (1466-1536), si può invece pervenire ad una più conforme lettura: homo homini aut deus aut lupus – l’uomo può essere simile a un dio o simile a un lupo, da cui deriva che l’uomo ha facoltà di scelta tra il bene e il male.

San Tommaso d’Aquino rafforza il pensiero di Erasmo da Rotterdam sulla facoltà di scelta, suffragandolo con l’ulteriore argomento del liberum arbitrium – libero arbitrio, che si sostanzia nella facoltà, propria dell’uomo, di scegliere liberamente e senza costrizioni tra le varie possibilità di comportamento, tra il bene e il male.

In tema di «libero arbitrio», gli studiosi di antropologia schierati a favore della trascendenza e delle religioni, interpretando il pensiero di San Tommaso d’Aquino, sostengono che «se Dio intervenisse, saremmo tutti nient’altro che delle marionette etero-dirette, sottoposti a continui interventi correttivi dall’alto».

Simile supposizione, qualora si avverasse, è evidente che da un lato livellerebbe tutti gli esseri umani e, dall’altro, farebbe venir meno un carattere fondamentale dell’uomo, quello del «libero arbitrio», della facoltà di decidere e di agire liberamente secondo una propria scelta, sulla base di motivi razionali.

Rapportato all’effettività esterna, il concetto di «libero arbitrio» richiede qualche indicazione generale sulle implicazioni e sul significato assunto nei vari campi d’impiego.

In senso generale, si dice della facoltà attribuita all’uomo di autodeterminarsi con la sua volontà, senza essere necessitato da sollecitazioni esteriori di qualsiasi genere o da inclinazioni interne.

In campo religioso, l’idea di libero arbitrio implica che la divinità sceglie di non utilizzare il proprio potere e di non intervenire sulle determinazioni degli individui.

In campo filosofico, si dice libero arbitrio la facoltà dell’uomo, in quanto essere consapevole, di scegliere autonomamente tra due possibilità opposte, senza costrizioni, coercizioni o limitazioni di sorta.

In campo scientifico, l’idea di libero arbitrio comporta indipendenza del pensiero rispetto alle concezioni e ideazioni scientifiche.

In campo giuridico, l’idea di libero arbitrio è alla base della responsabilità individuale e sottende il potere in virtù del quale si può scegliere tra due o più azioni contrarie o ugualmente possibili, senza essere determinati da alcuna necessità.

In campo etico, il libero arbitrio è alla base della responsabilità dei propri comportamenti e delle proprie azioni, siano esse relative alla sfera privata o pubblica.

In campo semantico, propriamente nello studio delle relazioni fra espressioni linguistiche e l’ambito cui si riferiscono, l’immagine di libero arbitrio si presta a varie applicazioni, sia in positivo che in negativo.

In positivo, si usa in genere per veicolare l’idea di libertà di volere e di coscienza di chi esprime la sua volontà con saggezza, qual è ad es.:

  • la libertà di volere nel fare una libera scelta o nell’esprimere una volontà;
  • la libertà di coscienza e di autonomia morale.

In negativo, si usa in genere per veicolare l’idea di un potere fine a se stesso, di un potere esagerato o arbitrario, di un potere esercitato come mezzo malefico di superiorità sugli altri, qual è ad es.:

  • lo smisurato potere decisionale da parte di un’autorità;
  • il comportamento arbitrario di un pubblico funzionario, di ampiezza tale da rasentare l’illegalità;
  • l’esercizio di potere assoluto, l’abuso di potere.

Nel linguaggio comune, si dice libero arbitrio la facoltà di scelta e di determinare il proprio agire, in contrapposizione all’idea che tale facoltà è in qualche modo inibita in quanto preordinata da poteri naturali o sovrannaturali (destino), per effetto dei quali il volere degli individui è prefissato prima della loro nascita (fatalismo, predestinazione).

Potere pubblico

Nel Medioevo, come si è detto più sopra (cfr. la voce: Concetto di potere nel Medioevo, Capitolo I), il potere generale era esercitato dai vari sovrani e, sul territorio, dai signori feudali, in ogni campo: politico-amministrativo, economico, militare, tributario, etc.

Negli Stati moderni a fondamento democratico, la prima e la più rilevante forma di potere pubblico è quella «costituente», con cui si pone in essere la Costituzione di uno Stato.

Il potere pubblico esercitato sul territorio di uno Stato e sulle persone che lo popolano, a sua volta, si suddivide in tre funzioni fondamentali: legislativo, esecutivo, giudiziario.

L’attivazione di tali funzioni fondamentali di potere pubblico pone gli organi istituzionali a ciò preposti in condizione di dettare le regole obbligatorie per tutti gli appartenenti ad una comunità, di governare la comunità e di imporre il rispetto delle regole stesse.

Nelle analisi sociologiche, storiche e politiche, il concetto di potere pubblico è molto ampio, estendendosi ad ogni forma e modo dei soggetti pubblici legittimati di imporre il proprio volere ai componenti la comunità, anche facendo uso della forza coercitiva, per mantenere l’ordine sociale, tutelare i diritti e difendere le libertà.

In breve, il ruolo fondamentale del potere pubblico, id est dei poteri istituzionali, è quello di regolare i rapporti e le attività umane, siano esse sociali, economiche, culturali, etc.

I caratteri comuni del potere pubblico, sia verso i singoli che verso ogni sfera di potere subordinato, si sostanziano nella capacità degli organi – collegiali e monocratici – detentori del potere di:

  • imporre la propria volontà, per fini istituzionali, ai soggetti in stato di subordinazione, che la devono subire;
  • far uso della forza coercitiva, per fini istituzionali, nonostante la volontà contraria dei soggetti che si trovano in stato di subordinazione.

L’esercizio del potere pubblico, come accennato alla voce precedente, postula saggezza, attenzione e prudenza, onde evitare figure di potere fine a se stesso, esagerato o arbitrario, esercitato come mezzo malefico di superiorità sugli altri.

In tali casi, il pubblico potere diviene espressione di forza infernale, denotando smisurato uso di potere decisionale, comportamenti arbitrari, abuso di potere.

Si tratta di peculiari figure di potere malefico esercitato dai «signori della politica» che si lasciano drogare dal potere, facendone un idolo e, staccandosi dal senso del reale, arrivano al punto di farsi succhiare la coscienza e la mente.

In presenza di drogati dal potere di tal fatta, non possiamo che aspettarci usi morbosi o malefici del potere, a nulla rileva che lo esercitino in modo esplicito, occulto o ingentilito, i dissimulatori si trasformano ma sono sempre gli stessi.

Si citano alcune ipotesi, a mero titolo di esempio, di potere malefico, di comportamenti omissivi, di mancanze, carenze, di modi scorretti e di usi morbosi di potere da parte dei «signori della politica»:

  • forme diffuse di malcostume politico e di dissennatezze;
  • forme di immobilismo politico create ad arte, destinate a originare arretratezza sociale, culturale, economica;
  • realizzazione di un insieme di infrastrutture inadeguate o non al passo coi tempi;
  • assenza di fermo impegno di combattere la corruzione dilagante;
  • radicato sistema clientelare che ha determinato la creazione di inutili posti di lavoro;
  • ideazione di un livello impositivo tra i più alti del mondo;
  • vergognoso costo della politica con cifre da capogiro;
  • presenza di un’evasione fiscale spaventosa;
  • creazione di uno smisurato numero di «società partecipate»;
  • creazione di un’inestricabile giungla di privilegi e di tutele per la classe politica;
  • ideazione di inefficaci servizi pubblici in mano alla partitocrazia;
  • caduta verticale della produzione culturale (all’ultimo posto nei Paesi europei);
  • caduta di moralità pubblica e privata;
  • creazione di uno spaventoso caos politico-istituzionale;
  • ideazione di una politica demagogica al servizio di organismi e potentati internazionali;
  • presenza di una crisi politico-economica preoccupante, derivante per lo più dalla mancanza di fiducia nelle istituzioni pubbliche;
  • inazione totale nel campo della moralità e rettitudine, con conseguente proliferazione delle mafie.

I «signori della politica», pur consci delle mancanze e carenze di cui sopra, di trascurare precisi impegni istituzionali e dare così luogo a figure malefiche di potere, hanno la spudoratezza di diffondere un’immagine positiva di se stessi, piena di belle parole, anche se i fatti prima o poi li mettono in contraddizione evidente.

La diserzione delle urne di oltre il 50% degli aventi diritto dimostra che i «signori della politica» hanno perso la fiducia e la credibilità da parte della maggioranza dei cittadini ma, a quanto pare, tali signori non danno segni di ravvedimento, non si preoccupano per niente e continuano imperterriti nelle loro malefatte.

È bene che i cittadini si ricordino che la sovranità appartiene al popolo, che non si lascino ammaliare dalle chiacchiere di detti signori, dai loro effluvi magnetici e, nel segreto dell’urna elettorale, abbiano il coraggio di prendere le dovute distanze dai partiti e movimenti politici che usurpano la democrazia.

Sembra qui opportuna un’ultima riflessione a riguardo dell’individuazione dei candidati e delle designazioni a cariche pubbliche che sogliono fare gli organi direttivi dei partiti politici.

Sul punto, è interessante il pensiero del sociologo e politologo tedesco Robert Michels, naturalizzato italiano (1876-1936), che mette in guardia dai partiti tendenti a concentrare il potere in una cerchia ristretta di persone, escludendo gli iscritti e i simpatizzanti dalle scelte politiche e dalle strategie del partito.

La distanza che ne deriva tra i dirigenti del partito e le masse, secondo Michels, permette di concentrare il potere decisivo nelle mani dei primi i quali, oltre ad impedire che le candidature politiche vengano dal basso, tendono sostanzialmente a perseguire propri interessi e solo formalmente quelli delle masse.

In pratica, fa capire Michels, si deve evitare di mettere il potere pubblico nelle mani di pochi perché si finisce per creare un’organizzazione oligarchica del partito.

Si tratta di una chiara figura di potere malefico ideato e portato a compimento dagli organi direttivi dei partiti politici che, in quanto esercitato autoritativamente, si pone in aperto contrasto con i più elementari principi della democrazia.

Nel dettaglio, le negative ripercussioni di simile modo di procedere dei partiti politici sono tratteggiate alla voce Figure di potere malefico (Capitolo III).

Nel contesto della voce successiva (Esercizio del potere pubblico) si porrà l’accento su alcune forme di cattivo esercizio del potere pubblico, sul costante impegno a scegliere sempre la verità invece della falsità e dell’ipocrisia, sulle negative ricadute sul Paese e sulle persone.

Esercizio del potere pubblico

In campo letterario, si prospettano due peculiari rappresentazioni sull’esercizio del potere pubblico:

  • nella prima fa spicco l’immagine del pubblico amministratore integerrimo, simboleggiata dallo scrittore romano Eutropio (IV sec. d. C.) con la famosa metafora del sole (elogiativa di Pirro), rivolta al generale romano Fabrizio che non si era lasciato corrompere né vincere in battaglia: difficilius ab honestate quam sol a cursu suo averti potest – può essere allontanato dall’onestà più difficilmente che il sole dal suo corso (Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, II, 14), ad indicare un comportamento ispirato ad onestà e rettitudine, di profondo rispetto dei principi morali, che dovrebbe costituire il motivo principale nella gestione della res publica;
  • nella seconda fa spicco il monito del poeta romano Marco Anneo Lucano (39-65 d.C.): exeat ex aula qui vult esse pius: virtus et summa potestas non coeunt – fugga dalla reggia chi si vuol conservar virtuoso: la virtù ed il sommo potere non vanno d’accordo (Lucano, Pharsalia, VIII, 492-495), ad indicare che l’esercizio del potere porta inevitabilmente a fare compromessi, non solo di ordine politico ma anche con la propria coscienza e talvolta è anche occasione di corruzione.

Tali rappresentazioni prendono ad oggetto l’esercizio del potere con opposti punti di vista: la prima idealizza la figura del politico esemplare, ispirato a virtù e a principi di etica individuale e pubblica, mentre invece la seconda mette a nudo la cruda realtà della politica e, dando per scontato che in essa regna il malcostume, indirizza un fermo monito di stare lontano dagli ambienti della politica a chi preferisce rimanere integerrimo.

In tempi vicini a noi, si pone sulla stessa linea il pensiero del celebre filosofo e saggista politico francese Montesquieu Charles-Louis de Secondat (1689-1755) che, analizzando i meccanismi della politica, nella sua opera maggiore Lo spirito delle leggi, afferma espressamente: «chi esercita il potere è portato, per definizione, ad abusarne».

Da quanto sopra emerge che l’uso scorretto del potere è un fenomeno di tutti i tempi, con la precisazione che in passato dipendeva per lo più dalla coscienza individuale, mentre oggi l’esercizio del potere resta assoggettato ai condizionamenti dei partiti politici, alle ideologie politiche, agli interessi di parte, ai voleri dei poteri forti, alle concezioni dei movimenti laicisti, materialisti e utilitaristi, tutte situazioni che il più delle volte mal si conciliano con la disciplina giuridica e con le regole di onestà pubblica.

In un sano sistema democratico, il corretto esercizio del potere pubblico e la corretta gestione della res publica postulano nobili intenti e il rispetto delle regole, quali in primis:

  • il rispetto dei diritti umani fondamentali, enunciati dalla Dichiarazione universale approvata dall’Assemblea generale dell’ONU il 10 dicembre 1948 (art. 1 Legge 4 agosto 1955 n. 848, «tutti gli esseri umani nascono uguali in dignità e diritti»);
  • il rispetto della Costituzione repubblicana, delle norme e dei principi sostanziali sottostanti;
  • ineccepibile moralità pubblica e privata, comportamenti ispirati a irreprensibilità e probità;
  • onesto e retto esercizio dell’autorità di governo, che porti a soluzioni giuste e a scelte fatte in scienza e coscienza;
  • realizzazione di giuste proporzioni nel concretizzare la giustizia sociale.

Inoltre, il puntuale rispetto delle regole non può prescindere da altri principi fondamentali di valenza costituzionale, quali in particolare: «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge» (art. 3 della Costituzione italiana); «ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale» (art. 38 della Costituzione italiana).

Ed ancora, in base al principio di legalità, gli organi istituzionali sono tenuti ad agire nel rispetto della legge e nell’ambito dei poteri loro conferiti, restando escluso l’esercizio arbitrario dei medesimi.

Sul piano fattuale, è noto che il rispetto delle regole, dei diritti e dei principi fondamentali è rimasto in gran parte una mera dichiarazione di principio, non certo per impedimenti oggettivi ma per noncuranza, indifferenza e cattiva volontà degli onorevoli «signori della politica», responsabili di ogni forma di cattivo esercizio di potere, nonché di ogni colpevole forma omissiva nell’assolvimento di compiti e funzioni istituzionali.

Non corre dubbio che il cattivo esercizio del potere, l’uso del medesimo oltre o fuori dai limiti previsti dalla legge, le colpevoli omissioni di potere, l’incoerenza comportamentale sono vere e proprie figure di potere malefico che formano una singolare intimità con il male, strettamente dipendente dalla venuta meno del senso di legalità, di onestà e purezza di intenti.

La martellante propaganda politica porta la gente comune a pensare che i detentori del potere si adoperino in tutti i modi per la difesa della centralità del bene comune e per la difesa della verità, ecco spiegato il motivo per cui le masse popolari si sottomettono remissivamente alle autorità e ai poteri forti senza mai ribellarsi.

Questo inganno satanico è quotidianamente alimentato dagli onorevoli «signori della politica» che, con sfrontatezza, diffondono un’immagine positiva di se stessi, piena di belle parole, mentre nei fatti usano il potere per la conservazione dello status quo e se ne guardano bene dal promuovere il primato dell’onestà e dell’etica nel nostro malridotto Paese e dal preordinare assetti virtuosi per migliorare l’attuale squallido quadro politico.

Detti signori non amano parlare di onestà e di etica nell’esercizio del potere, dimenticando che non si può pretendere di governare la società prescindendo da tali prerogative senza dar luogo a bieche forme di ingiustizia sociale.

Ai giorni nostri, l’agire politico è insidiato da un ulteriore preoccupante fenomeno, quello della menzogna, divenuto un ordinario strumento per l’esercizio del potere, in ossequio al deprecabile motto machiavellico «governare è far credere».

Trattasi di un diffuso malcostume politico, sostenuto anche da qualche compiacente letterato e filosofo di parte che, con erudite e sofisticate dissertazioni pseudo scientifiche, non esita a giustificare le più distorte e snaturate alterazioni della verità in campo politico.

E così, politica e menzogna è divenuto un binomio inscindibile nell’esercizio del potere, tristo binomio che, nell’archetipo degenerato degli istrioni «signori della politica», è annoverato come ordinarietà.

Lo strumento della menzogna è una vera e propria machinatio cui abitualmente ricorrono detti signori al fine di occultare carenze o schermare malefatte, nell’intento di superare in modo surrettizio la situazione concreta, da un lato, e di preservare l’immagine pubblica, dall’altro.

Questo deleterio sistema di gestire il potere calpesta la verità effettiva, altera la materialità delle cose, supera la fattualità e distrugge la moralità pubblica, con l’effetto di creare una situazione illusoria, destinata a compromettere irrimediabilmente la facoltà di comprensione della realtà effettiva, oltre ad annullare qualsiasi possibilità di giudizio.

Non è assolutamente vero che il politico, responsabile della res publica (ispirandosi alla perversa figura immaginata da Machiavelli), deve «imparare a mentire», al contrario, deve ispirarsi al pensiero euripideo della parresia, ossia al diritto-dovere civico e morale di dire la verità.

In breve, nelle opere di Euripide, drammaturgo greco (ca. 480-406 a.C.), è rimarcata l’importanza della schiettezza e franchezza nel parlare, unitamente al dovere civico e morale di dire la verità; chi segue un criterio diverso da questo per esprimere il proprio pensiero, secondo Euripide, ripudia a priori la verità.

In buona sostanza, nell’esercizio del potere i «signori della politica» dovrebbero impegnarsi a scegliere sempre la verità invece della falsità e dell’ipocrisia, evitando in particolare di:

  • ricorrere a quel genere di pseudo verità che solo apparentemente risolvono i problemi;
  • mistificare, deformare, alterare, adulterare, distorcere, travisare, occultare, negare la verità;
  • glissare o offuscare deliberatamente una verità per ragioni di opportunità o di convenienza politica;
  • manipolare o enfatizzare la verità dei fatti per fini sleali;
  • portare la maschera della falsità, di fronte a se stessi e agli altri.

L’adulterazione e l’occultamento della verità, così come la visione distorta delle cose, a cui ricorrono gli onorevoli «signori della politica» nell’esercizio del potere altro non sono che figure di potere malefico, che denotano un’abiezione d’animo, di pensieri e di costumi, uno stato di vergognosa degradazione morale, con la più avvilente caduta nel disonore che si possa immaginare.

Da ultimo, preme ricordare che, qualora nell’esercizio del potere emergano aspetti conflittuali tra interiorità ed esteriorità, gli onesti, irreprensibili e illuminati «signori della politica», non potranno che far prevalere il giudizio inoppugnabile della prima e quindi non esiteranno ad esprimere una volontà in perfetta sintonia con la propria coscienza, pur consci che, in qualche misura, tale modus agendi potrebbe andare a detrimento di proprie posizioni o prerogative politiche.

Neutralità e laicità dello Stato

Gli studi di antropologia avvalorano l’idea che l’uomo si è sempre sentito insoddisfatto e non ha mai accettato pienamente la sua natura di essere mortale, pur avendola dovuta subire, ma finendo poi per farsene una ragione e adattarsi con rassegnazione al proprio stato.

Secondo gli antropologi, fin dalla notte dei tempi, l’uomo ha cercato di supplire in qualche modo all’intrinseca insoddisfazione di essere mortale, al senso di infelicità e delusione, immaginando esseri immortali e felici, esseri superiori e distinti da sé.

Insomma, fin dall’antichità, l’uomo ha supposto l’esistenza di esseri che trascendono la natura umana, ovvero l’esistenza degli dei, plausibilmente nel tentativo di colmare un criptico vuoto interiore, di dare un senso alla vita e alle inevitabili sofferenze che porta seco.

È del resto assodato che la classicità greca attribuisce enorme rilevanza agli esseri immortali, agli dei, come è assodato che nel pensiero della classicità greca gli esseri umani hanno un’anima immortale, che presiede la conoscenza sensibile e che è simbolo di purezza e spiritualità.

A riguardo dell’anima, sono di particolare interesse le riflessioni di Platone (ca. 428-348 a.C.) che, sinteticamente, la definisce immortale, calata da Dio in un corpo mortale, simbolo di purezza e spiritualità, mondo interiore dell’uomo. Anche per il filosofo greco Plotino (ca. 203-270 d.C.) l’anima è immortale, intellettiva ed ha origini divine.

Dall’idea della classicità greca che l’anima immortale dell’uomo ha origini divine sono nate varie religioni, tra cui giudaismo, cristianesimo e islamismo, che portano a confidare in altra esistenza ultraterrena.

Ed infatti, la Chiesa cattolica insegna che l’anima è creata da Dio ed è immortale, non perisce al momento della sua separazione dal corpo nella morte, per riunirsi poi al corpo al momento della risurrezione.

Stante tale pregnante assioma, l’enorme divario tra credenti di religioni misteriche che assicurano la salvezza, da una parte, e non credenti e/o agnostici, dall’altra, è semplicemente incolmabile, per cui occorre un forte impegno degli uni e degli altri per trovare possibili forme di convivenza.

Nella visione dei primi (ebraismo, cristianesimo, islamismo) è assicurata la liberazione e la salvezza eterna, mentre nella visione dei secondi (non credenti e/o agnostici) si hanno posizioni inconciliabili ed altresì alquanto diversificate.

A grandi linee, ecco il pensiero corrente e le posizioni degli uni e degli altri:

  • i credenti attribuiscono grande importanza al principio evangelico secondo cui la fede deve essere accompagnata da coerenti comportamenti e dall’ulteriore principio che la fede aiuta a vivere secondo i valori morali della stessa;
  • i non credenti attribuiscono grande importanza al potere della ragione e alla pari dignità (se materialisti mirano alla ricerca dei piaceri e dei beni materiali; se utilitaristi mirano a massimizzare la felicità e il conseguimento dell’utile personale; se relativisti sostengono che non esistono valori e verità assoluti).

Entrambe le parti, benchè differenziate da dissimili visioni, devono comunque impegnarsi a fare del proprio meglio per comprendersi vicendevolmente.

Malgrado la varietà e molteplicità di vedute in questione, agli organi istituzionali degli Stati democratici, contrassegnati da pluralismo culturale, morale, ideologico e politico, incombe l’onere ineludibile di riservare pari trattamento e pari dignità sociale a tutte le persone, oltreché l’onere di riconoscere i diritti umani fondamentali, enunciati dalla Dichiarazione universale approvata dall’Assemblea generale dell’ONU il 10 dicembre 1948 (Legge 4 agosto 1955 n. 848).

Per garantire a tutte le persone condizioni di pari trattamento e dignità sociale, unitamente a pieno rispetto della coscienza individuale e dell’autonomia morale, è conditio sine qua non che sia affermata la neutralità e laicità dello Stato nei confronti di tutti, sia che seguano credenze religiose o che siano agnostici.

Nelle società pluraliste, giova ricordarlo, la neutralità e laicità dello Stato è condizione necessaria per garantire la sovranità popolare, la dignità umana, la libertà di pensiero, di coscienza, di valori, credenze e progetti di vita dei cittadini.

Uno strumento fondamentale per affermare la neutralità e laicità dello Stato è costituito dal codice etico di condotta politica, suggerito dal Congresso dei Poteri Locali e Regionali del Consiglio d’Europa ed auspicato dal Ministero dell’Interno, nel testo presentato a Roma il 27 febbraio 2004, codice che incomprensibilmente non è stato ancora adottato nel nostro Paese.

Va da sé che in assenza di detto codice etico gli onorevoli «signori della politica» non possono dettare regole e norme morali pubbliche ai cittadini quando loro stessi le rifuggono e pretendono di operare liberamente, senza vincoli, limiti e condizioni, avendo subodorato che le regole sono di intralcio ai movimenti politici sporchi.

In difetto di tale strumento e dei citati presupposti non potranno mai trovare piena attuazione i dettati costituzionali che permettono la coesistenza pacifica tra cittadini, consentendo di superare le loro visioni eterogenee, a volte difficilmente conciliabili, per effetto di diverse concezioni di vita, di differente credo ideologico, politico, morale o religioso.

Lo Stato, per essere veramente lo Stato di tutti, deve adottare una posizione di neutralità ma anche godere di una «superiorità morale» forte e ineccepibile, sia riguardo alla sfera etica sia a quella razionale, non solo verso le religioni ma anche verso ogni ordine di credenze morali ed altresì verso le varie concezioni di vita dei razionalisti, materialisti, utilitaristi, relativisti, etc.

Inoltre, lo Stato deve godere di neutralità e indipendenza anche rispetto alle varie concezioni di «bene» scaturenti dalle idee individuali o dalle coscienze individuali.

Una sicura garanzia di pace sociale e di serena convivenza si potrà raggiungere solo a condizione che sia assicurata l’uguaglianza morale di tutti i cittadini e che risulti ben radicata negli stessi una gamma di valori e prerogative pubbliche comuni.

Tali specifici presupposti e condizioni non sono espressamente previsti dal nostro ordinamento giuridico, per cui nel sistema Italia è escluso che si possa parlare di neutralità e superiorità morale dello Stato, se non in termini relativi, come si avrà modo di chiarire più avanti.

In assenza di un preciso dettato costituzionale che preveda detti alti principi, nella nebulosa situazione in cui ci troviamo, la neutralità dello Stato non può che essere relativa anche per un altro ordine di ragioni:

  • perché è in qualche modo ancorata ai mutabili schemi e indirizzi politici del momento;
  • perché le caratterizzazioni culturali, morali e ideologiche della destra e della sinistra politica divergono sensibilmente e sono praticamente inconciliabili, per cui le une escludono le altre e viceversa;
  • perché l’assenza di unità morale a livello politico-istituzionale è premonitrice di degenerazione identitaria in ogni ambito pubblico e privato.

In linea di principio, in base al dettato costituzionale di «uguaglianza», sancito dall’art. 3 Cost., non possono però essere scalfiti in alcun modo tre principi fondamentali: libertà di coscienza delle persone; completa uguaglianza tra credenti, atei e agnostici; universalità della sfera pubblica. Il venire meno anche di uno solo di tali principi mina ineluttabilmente le condizioni volte a garantire l’ideale di concordia tra i cittadini, che è il fine ultimo che si vuole raggiungere.

Va da sé che il citato principio costituzionale di «uguaglianza» non è comprensivo di quello di neutralità e superiorità morale dello Stato, per cui in difetto di ciò viene a poggiare su una serie di equilibri precari e molto delicati.

In breve, il principio in questione, sul piano fattuale, si delinea in termini relativi, mai assoluti, ragion per cui non potrà che pesare in modo diverso in ambiti politici e sui singoli cittadini.

Veniamo ora a parlare del concetto di «laicità dello Stato», del carattere laico dello Stato, che nel contesto italiano fu già di Cavour, precursore della netta separazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica.

In precedenza, si riteneva comunemente che il potere, spirituale e materiale, derivasse direttamente da Dio e che tutto fosse imperniato su un duplice ordine inscindibile di autorità, Maestà Divina e Maestà Temporale, la prima impersonata dall’autorità del papa e la seconda da quella del principe regnante.

Fino al IXX secolo, l’idea che ogni potere, spirituale o materiale, derivi direttamente da Dio era saldamente radicata nell’opinione dei più e la comprova di tale concezione del potere è riassunta nel noto motto latino Deo et patriae omnia debeo – devo tutto a Dio e alla Patria, che esprime totale devozione verso entrambe le autorità e verso l’unità dei valori soprannaturali e materiali da esse rappresentati.

Il moderno concetto di «laicità dello Stato» si basa invece su una separazione netta tra politica e valori etico-religiosi, ciò significa, a grandi linee, che non esiste relazione tra la Chiesa e lo Stato.

Oggi, in buona sostanza, a differenza del passato, è venuta meno l’educazione religiosa come modello etico di base, surrogata da uno Stato liberale che non si è posto il problema di prevedere l’insegnamento dell’etica privata e pubblica nelle scuole di ogni ordine e grado, né tantomeno di istituire la facoltà di etica presso le varie Università.

L’attuale Stato liberale si limita a proiettare le sue disposizioni in una sfera utopica dove «tutti hanno diritto alla felicità, nei modi che preferiscono» e così, in assenza di solide fondamenta moralistiche, il sistema politico-sociale:

  • prescinde da un preesistente ordine morale fondato su valori etico-religiosi;
  • prescinde dai valori della tradizione e dal relativo patrimonio spirituale;
  • prescinde dall’identità della comunità e dai beni immateriali radicati in essa;
  • intende considerare la comunità come un aggregato privo di identità spirituale;
  • si dimostra del tutto indifferente all’arbitrio dei singoli;
  • non si cura di creare un’etica pubblica e individuale;
  • non conosce scrupoli di coscienza individuali;
  • si affida unicamente all’impianto illusorio della legge scritta.

In sunto, nel moderno Stato laicista, privo di valori comuni etico-religiosi, il senso del giusto e dell’ingiusto è solo quello stabilito dal Parlamento con la legge scritta, frutto di scontri dialettici tra forze politiche ove, in una sorta di mercanteggiamento, prevalgono gli umori dei più forti e delle maggioranze del momento.

La legge scritta, non supportata da un preesistente insieme di valori etico-religiosi, non può ovviamente regolare tutti gli aspetti e i rapporti umani e sociali, da qui l’origine e il diffondersi del permissivismo e del lassismo ad ogni livello.

Per effetto delle carenze di cui sopra e del laicismo imperante, negli ambienti pubblici e nella società è venuta meno o difetta l’idea di «morale» e di «etica»:

  • la prima intesa come il giudizio della ragione, che induce ad una naturale obbedienza a codici e imperativi morali, indicanti ciò che è permesso e ciò che è vietato;
  • la seconda intesa come complesso di regole dell’agire umano, di principi generali di contegno individuale e pubblico, da cui deriva il modo di comportarsi in base a ciò che è il bene, il giusto, la cosa più corretta.

I risultati negativi della mancanza di «morale» e di «etica», del permissivismo e lassismo, nella società moderna sono sotto gli occhi di tutti. Le più nefaste insensatezze del fenomeno sono originate in primis dagli onorevoli «signori della politica» che, legiferando senza scrupoli morali di sorta, pur nel rispetto formale di norme procedurali, possono rendere possibile ogni sorta di abuso.

Detti signori giustificano le citate inqualificabili condotte politiche affermando di essere obbligati ad agire in forza del consenso elettorale o delle direttive del partito di appartenenza. Ciò conferma che questi onorevoli signori si uniformano acriticamente a idee di parte, rinunciano ad agire con la propria testa, portando così il proprio cervello all’ammasso.

In assenza di scrupoli morali, nessuno si pone il problema che la giustificazione in questione si pone in aperto contrasto con l’art. 67 delle Costituzione, secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

Siffatto stato di cose è una conseguenza diretta dell’ostentata «laicità dello Stato» che, pur non risultando puntualmente codificata, ha soppiantato la morale trascendente, fondata su valori etico-religiosi, con opinabili dettami estemporanei, strettamente connessi a interessi utilitaristi, materialisti e contingenti.

In questo modo i «signori della politica» hanno ammorbato l’intero sistema creando una situazione d’insieme che annichilisce lo Stato liberale.

Simile situazione, che si riverbera inevitabilmente sulla società e sulle interrelazioni dei cittadini, è ben lontana da un auspicabile ideale di vita in cui ognuno possa improntare i propri comportamenti e la propria condotta non solo secondo le norme giuridiche ma anche secondo regole morali ed etiche, regolando i propri interessi e vantaggi solo in subordine a queste.

Tutto ciò costituisce motivo di non poca preoccupazione in quanto è noto che l’osservanza delle regole morali ed etiche pone le condizioni per garantire una migliore convivenza a tutti, mentre l’inosservanza rende difficili, se non impossibili, i rapporti con gli altri, al punto che potrebbero diventare occasione di conflittualità e di frustrazione continua. Non dobbiamo poi dimenticare che l’osservanza delle regole morali ed etiche concorre a determinare l’onorabilità delle persone, che è un bene preziosissimo.

Oggi, per inquadrare correttamente l’articolato e complesso rapporto Stato-Chiesa occorre partire dai dettati della Costituzione della Repubblica italiana:

  • 3, che pronunzia l’uguaglianza degli individui a prescindere dalla religione, principio ribadito in sede di revisione dei Patti Lateranensi del 1984 ed altresì dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 203/1989 (che dichiara la «laicità» come principio supremo dello Stato)
  • 7 lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale
  • 8 Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze
  • 19 Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

La nostra Costituzione non contiene l’esplicita affermazione del carattere laico dello Stato, anche se l’autorevole giurisprudenza della Corte Costituzionale (cfr. sentenza n. 203/1989) ha affermato che il principio è da ritenersi ricompreso nei supremi dettati dell’ordinamento costituzionale.

Di fatto, il contenuto e il significato del principio in questione è tuttora oggetto di controversie da parte della dottrina e di significative oscillazioni giurisprudenziali.

In ogni caso, i rapporti tra lo Stato e le Chiese, benché supportati da detti fondamentali dettati costituzionali, si prospettano alquanto complessi e oscillanti, non risultando espressamente sancita la precipua necessità di fare salvo il principio della neutralità e laicità del potere politico nei confronti delle varie religioni.

Da notare poi che la laicità dello Stato, a sua volta, è da intendersi in senso estensivo, quindi non solo verso credenti e non credenti ma anche verso le diverse concezioni filosofiche, politiche, movimenti di pensiero, punti di vista dei cittadini, di tal che in definitiva lo Stato è tenuto ad accogliere una morale e un’etica indipendente da qualsiasi religione e da qualsiasi opinione politica.

Impresa questa che può presentare criticità e complicazioni di vario ordine, per cui, in dipendenza dei vigenti dettati costituzionali e del rapporto instaurato con le Chiese, si può parlare di:

  • «laicità rigida», in caso di netta separazione tra potere politico e religioso;
  • «laicità aperta», in caso di concezione più flessibile di separazione tra potere politico e religioso.

Sul piano fattuale, tali forme di separazione rigida o aperta non sono mai messe in pratica in maniera integrale ma con modi e forme concilianti e/o accomodanti, nel tentativo di creare le condizioni di una gestione equa della «laicità dello Stato», in funzione dell’auspicato ideale di concordia politica e sociale che, in definitiva, deve essere il precipuo intento e interesse di tutte le parti in causa.

Ciò è reso necessario dal fatto che la società contemporanea risulta caratterizzata da una varietà di credenze e di valori che in ambiti decisionali, di fatto, generano non pochi disaccordi etici e politici, destinati a logorare i già precari rapporti pubblici e i legami sociali.

I fatti dimostrano che laddove la «laicità dello Stato», sia essa di natura rigida o aperta, risulti basata su un dialogo permanente tra le parti può rivelarsi un importante momento di valutazione delle rispettive pretese, finalizzato a garantire gli equilibri politici necessari a soddisfare gli eterogenei bisogni della società.

Va da sé che il dialogo permanente tra le parti presuppone la disponibilità alla messa in atto di ragionevoli misure concilianti e/o accomodanti, finalizzate a salvaguardare la libertà di coscienza, ferma restando la reciproca volontà di assicurare pari trattamento tra cittadini.

I nostri tempi sono contrassegnati da un inarrestabile pluralismo culturale e sociale, che porta seco profonde diversità morali e spirituali nella società, rispetto alle concezioni del recente passato. In dipendenza di ciò, nella società contemporanea, si nota come i rapporti tra le persone siano sempre più segnati da incomprensione, da sfiducia e da intolleranza reciproca.

A fronte di tale fenomeno, gli Stati pluralisti del mondo occidentale non possono sottrarsi al difficile e urgente compito di ripensare la «laicità dello Stato», ribadendo l’universalità della sfera pubblica, la completa uguaglianza tra credenti e non credenti, senza con ciò escludere altre opzioni morali e spirituali.

Si tratta sicuramente di un compito molto arduo in considerazione della profonda divergenza di pensiero tra credenti e agnostici (materialisti, utilitaristi, etc.), intendendo per tali coloro che rapportano ogni fenomeno umano alla coscienza individuale, prescindendo da entità soprannaturali e da valori universali condivisi.

Sembra ragionevole pensare che solo l’etica del dialogo possa conciliare, di volta in volta e non certo in via generale, gli opposti punti di vista, le differenti prospettive morali e spirituali, conseguendo così caso per caso una sorta di accomodamento sulle varie questioni esaminate. La sensibilità etica al dialogo non può essere imposta per legge ma può essere incoraggiata dalle istituzioni per soddisfare le esigenze della vita in società e per garantire ordine e serenità.

L’etica del dialogo, come insegna il filosofo, storico e sociologo tedesco Jürgen Habermas, per essere proficua deve rispondere a criteri di correttezza, veridicità e comprensibilità, ed inoltre non può prescindere delle prospettive religiose, quali «fonti morali importanti che possono contribuire in modo significativo all’approfondimento della cultura democratica».

In ultima analisi, in un sistema democratico e pluralista la «laicità dello Stato» deve svilupparsi in un costante dialogo etico-politico, che permetta di gestire in modo ragionevole le diversità morali, spirituali e religiose, in modo da stabilire legami di solidarietà con tutte le parti in causa.

Si passa ora a considerare la «laicità dello Stato» sotto il profilo pratico-operativo, non senza precisare che lo schema offerto dai sopra riportati dettati costituzionali e dalle norme ad essi sottese è del tutto insufficiente per un’analisi esaustiva della situazione, per cui non resta che prendere atto della carenza di disciplina giuridica e della conseguente problematicità sotto ogni punto di vista.

Tali carenze e difetti di fondo non consentono neppure la formulazione di una definizione univoca di «laicità dello Stato», per cui è giocoforza limitarsi ad una interpretazione approssimativa.

In assenza di una definizione univoca nel nostro ordinamento sulla «laicità dello Stato», per mera praticità, il concetto è comunemente compendiato nell’idea di «separazione tra Stato e Chiesa». Più correttamente, si dovrebbe parlare di neutralità dello Stato nei confronti delle religioni, con la puntualizzazione che la laicità dello Stato può variare in dipendenza di diversi fattori e criteri, rappresentati in particolare dalla più o meno accentuata:

  • separazione tra la sfera politica e la sfera religiosa;
  • indipendenza da valori, ideologie, principi etici e morali di forze sociali che potrebbero influenzarne l’azione;
  • equidistanza dalle varie posizioni di credi religiosi;
  • eguaglianza giuridica di tutti i cittadini, a prescindere dalle loro fedi e convinzioni;
  • libertà di pensiero, di riunione, di associazione, di culto, in connessione con l’ordinamento giuridico.

In relazione a tali fattori e criteri, molti sono i temi oggetto di conflittualità tra credenti e agnostici, soprattutto in fatto di libertà di coscienza e di autonomia morale. Ad es., un credente difenderà il diritto di libertà di religione della persona, mentre un agnostico cercherà di massimizzare tutto ciò che può produrre felicità alla persona, concetti antitetici sul piano pratico-operativo.

Lo Stato democratico, in linea di principio, è tenuto a seguire una morale e un’etica sua propria, come detto sopra, e a garantire l’uguaglianza, la dignità umana e i diritti della persona, creando le condizioni affinché il credente e l’agnostico possano vivere secondo le proprie convinzioni, senza imporre alcunché ad altri.

In ogni caso, si può parlare di «laicità dello Stato» solo se il medesimo è indipendente da qualsiasi chiesa o ideologia, nonché dalle posizioni di credenti e agnostici, portatori di valori e principi discordanti che, secondo i citati dettati costituzionali, ognuno può affermare e divulgare liberamente.

Il tema della «laicità» è storicamente e materialmente ampio ma, in tutti i casi, occorre tenere presente che essere laici non equivale ad essere anticlericali e che, in via conoscitiva, non ci si può limitare a contrapporre credenti e non credenti.

Nell’idea comunemente accolta, «laico» vuol dire che il singolo – sia esso credente o non credente – ha piena libertà e autonomia di coscienza, fermo restando però la facoltà per il credente di seguire e promuovere la propria fede, seppure nel rispetto delle convinzioni altrui.

Da notare poi che «laicità dello Stato» non significa relegare la religione ad un’idea personale, né ridurre la religione ad un mero fatto privato, senza alcuna incidenza nella vita pubblica, al contrario significa che credenti e agnostici possono esprimere liberamente il loro pensiero in ogni ambiente, sia privato che pubblico, ovviamente nel rispetto delle opinioni e dei diritti di tutti.

Quest’ultimo concetto è in sintonia con l’art. 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, adottato il 16 dicembre 1966 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite:

«Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di avere o di adottare una religione o un credo di sua scelta, nonché la libertà di manifestare, individualmente o in comune con altri, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nel culto e nell’osservanza dei riti, nelle pratiche e nell’insegnamento».

Sul piano pratico-operativo, è noto peraltro che i rapporti tra Stato e Chiesa, benché supportati dai citati fondamentali dettati costituzionali e dalle fonti sopra richiamate, si prospettano alquanto problematici in materia di «famiglia naturale», scuola, morale e costume pubblico, specie a riguardo delle seguenti tematiche:

  • insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche;
  • finanziamenti statali alla scuola privata;
  • il valore della «famiglia naturale», con riguardo al numero dei figli, che dovrebbe costituire anche un criterio per la fiscalità;
  • status giuridico delle unioni civili, delle convivenze di fatto e delle coppie omosessuali;
  • adozione da parte di coppie omosessuali;
  • fecondazione assistita omologa ed eterologa;
  • normativa sugli embrioni congelati;
  • compravendita di organi umani;
  • legislazione sulla separazione, sulla «famiglia naturale», sull’aborto, sull’utero in affitto;
  • legislazione sulla nuova ideologia del «gender»;
  • eutanasia e accanimento terapeutico;
  • testamento biologico.

Un tema di scottante attualità, che dovrebbe essere intoccabile per lo Stato e la Chiesa, è quello dell’educazione affettiva e valoriale, la cui fondamentale storica rilevanza è magnificamente sancita dall’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 (cfr. Legge 4 agosto 1955 n. 848), che recita testualmente:

«i genitori hanno il diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli».

È angoscioso dover constatare come i partiti e i movimenti politici che affondano le proprie radici nel laicismo e nell’utilitarismo si apprestino ora a disconoscere e calpestare tale intangibile diritto.

In pratica, i «signori della politica» aderenti ai movimenti politici del materialismo e dell’utilitarismo, con leggi in itinere, si dispongono ad annullare il diritto in questione, e con esso i valori etici derivanti dall’identità tradizionale, per sostituirli con utopiche concezioni edonistiche e utilitaristiche che, subdolamente, spacciano per «nuovi modelli valoriali civili» (sic!) anelanti al piacere, alla massima felicità possibile e ad un mondo privo di doveri e di regole.

È necessario ribadire con forza che la neutralità e laicità dello Stato, a prescindere che sia o non sia codificata, presuppone un corretto esercizio del potere politico, rispetto dei dettati costituzionali, delle altre fonti sopra richiamate e dei valori morali, insieme di elementi distintivi che detti signori si apprestano ora sfrontatamente a calpestare, ammaliati dalla fallace idea di felicità dei «nuovi modelli valoriali civili».

Sappiate cari onorevoli «signori della politica» che la Chiesa, da duemila anni a questa parte, è il principale creatore di valori e di fondamentali principi morali ed etico-comportamentali, da cui non potete prescindere nell’imprimere il concetto di neutralità e laicità dello Stato e nel costruire un’identità nazionale.

Sappiate cari onorevoli «signori della politica» che in tema di valori e di principi morali ed etico-comportamentali non potete ignorare il precitato inconfutabile dato di fatto, anche perché l’introduzione di un istituto giuridico chiamato «unione civile» entrerebbe necessariamente in aperto contrasto con la «famiglia naturale».

Sappiate cari onorevoli «signori della politica» che, pur nel rispetto delle persone con tendenze omosessuali e delle loro scelte di vita, non potete arrogarvi il diritto di annichilire o svilire la «famiglia naturale» e la personalità dei singoli.

Sappiate cari onorevoli «signori della politica» che agli occhi della stragrande maggioranza dei cittadini un vostro operare contro la «famiglia naturale»:

  • non è corretto esercizio del potere politico ma è un agire snaturato e falsato, che altera profondamente l’ordine naturale, la visione millenaria della «famiglia naturale» e del matrimonio, che svilisce i sentimenti religiosi e con essi la visione spirituale della vita e del mondo.
  • è spudorato uso di potere malefico, che denota un’abiezione d’animo, di pensieri e di costumi, vergognosa degradazione morale, con la più avvilente caduta nel disonore che si possa immaginare.
  • non è certo bene comune ma è puro e semplice egoismo; di più è una vera e propria legalizzazione di un’antropologia contraria alla natura umana, con cui vi macchiate di tradimento morale e politico verso la stragrande maggioranza dei cittadini.

In buona sostanza, cari «signori della politica» non potete arrogarvi il diritto di snaturare la natura umana, di usurpare l’antropologia culturale (il modo di pensare, di sentire, di agire e affrontare la realtà da parte degli esseri umani) e, in ogni caso, non vi è concesso di mettere in discussione la reale diversità fra uomo e donna come madre natura vuole, compromettendo la «famiglia naturale», base della società.

La vostra supposta onnipotenza, cari onorevoli «signori della politica» si limita ai beni materiali e non si può estendere anche ai beni immateriali propri degli esseri umani, quali mente, anima e spirito, né si può estendere al creato e alla natura, quali entità rette da un ordine proprio che l’uomo può conoscere ma non modificare.

Insomma, in forza dei dettati costituzionali e in base al diritto naturale, i «signori della politica» di sane vedute sono tenuti a respingere a priori ogni tentativo di equiparare le relazioni omosessuali alla «famiglia naturale».

E per favore non venite a raccontarci che sul tema delle unioni civili, in Parlamento, ricorrerete al voto segreto per lasciare libertà di coscienza, perché in questo caso il voto segreto serve a favorire accordi sottobanco e a rendere impossibile l’identificazione della paternità dei voti davanti agli elettori.

Qui è in gioco il futuro della «famiglia naturale», cari onorevoli «signori della politica» ed è più che mai il momento della chiarezza, in cui ognuno di voi è chiamato a essere responsabile, davanti all’Italia e all’intera umanità, delle proprie azioni e delle proprie dichiarazioni.

Qui è in gioco la vostra dignità individuale, cari onorevoli «signori della politica», come sancito dall’art. 67 delle Costituzione: «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

In relazione a quanto sopra, si ritiene che gli elettori sappiano valutare il retto comportamento degli onorevoli «signori della politica» e, nel segreto delle urne, non siano certo disposti a perdonare usi malefici del potere.

I caratteri del potere pubblico

Le civiltà greche e romane, fin dagli albori, hanno avvertito la necessità di un’organizzazione politica stabile, di un potere pubblico e di legami di comunanza tra gli esseri umani, chiamati a collaborare tra loro e a condividere diritti, doveri e responsabilità.

In campo letterario, sembra particolarmente illuminante il celebre assunto terenziano: homo sum, nihil humani a me alienum puto – sono uomo, non ritengo estraneo a me nulla di ciò che è proprio dell’umanità (Terenzio, Heautontimoroumenos, V, 1, 25, 77), richiamato da Cicerone riferendosi al vecchio Cremete (personaggio di Terenzio): humani nihil a se alienum putat – non ritiene estraneo a sé (riferito a Cremete) niente di quanto è umano (De officiis, I, 29, 30).

In effetti, è la risposta che Cremete dà a Menedemo, come giustificazione del suo interesse nei confronti della vita e del prossimo, che gli chiedeva perché mai si interessasse di cose che non lo riguardavano. Terenzio con il suo assunto vuole significare che sente tutta la nobiltà della collaborazione umana e che le gioie e i dolori dei suoi simili lo toccano profondamente.

La proverbiale risposta del vecchio Cremete, secondo cui un uomo non può non preoccuparsi di ciò che accade a un altro uomo e non essere partecipe con lui, riflette l’alto valore della solidarietà umana, lasciando intuire come le gioie e i dolori di altri ci tocchino profondamente e, al tempo stesso, riflette la debolezza della natura umana e la difficoltà di evitare l’errore o la colpa.

Per traslato, la risposta di Cremete allude all’esigenza che ogni comunità abbia un proprio governo, una struttura pubblica, un potere pubblico, quali caratteri indispensabili per garantire una pacifica convivenza umana.

Tale esigenza era molto sentita nell’antichità, evidenziata sia dalla letteratura greca che da quella latina. Tra le varie indicazioni in tal senso dei classici latini si ricorda: Cicerone (De legibus, I, 12, 33, De officiis, I, 9, 30); Seneca (Epistulae, 94, 53); Giovenale (Satire, XV, 140-142); Plauto (Asinaria, 490); Sant’Agostino (Epistulae, 155, 4), Sant’Ambrogio (De officiis, III, 7, 45).

Nel pensiero della classicità greco-latina, la presenza di detti caratteri in una comunità, oltre a garantire una pacifica convivenza, consente di contenere l’aggressività innata dell’uomo, il suo istinto al combattimento e la sua connaturale prepotenza, caratteristiche che Plauto descrive con l’espressione homo homini lupus (Asinaria, 495; II, 4, 88).

La storia insegna che la tendenza umana all’aggressività ha trovato puntuale conferma in ogni epoca, aggressività verso gruppi, etnie, famiglie, singoli individui. Tale negativa tendenza, che elude ovviamente la censura della coscienza morale individuale e calpesta le regole della convivenza sociale, risulta particolarmente diffusa e accentuata in quelle comunità ove si dimostrano carenti le strutture di potere e di governo.

In aggiunta ai citati caratteri, nelle varie comunità umane di tutte le epoche, secondo gli storici e gli studiosi di antropologia, si è sempre notata un’ulteriore particolare componente, quella della religione, a cui fanno da corollario i valori dello spirito, componente che si è sempre integrata in qualche misura con il potere pubblico e con le strutture pubbliche.

In altri termini, gli uomini hanno sempre immaginato la presenza di un’entità superiore, dotata di potenza straordinaria che sovrintende all’intero universo, da qui la storia e la fenomenologia delle religioni e l’influenza delle medesime nella gestione del potere pubblico. In pratica, la religione, o in ogni caso una certa forma di spiritualità trascendentale, è sempre stata una componente essenziale non solo dell’interiorità dell’essere umano ma anche del potere pubblico.

Il potere nella democrazia rappresentativa

Il significato etimologico di «democrazia» è riconducibile a due parole dell’antica Grecia: demos, che indica il popolo, e kratos, che indica il potere (del popolo). In accezione corrente corrisponde a «governo del popolo», vale a dire sistema di governo in cui la sovranità è esercitata direttamente dal popolo.

In chiave moderna, la democrazia è intesa come forma di governo fondata sui principi della sovranità popolare, sulla separazione dei poteri, sull’uguaglianza giuridica dei cittadini e sul riconoscimento di diritti e di doveri sanciti dalla costituzione. I principi in questione, è necessario ricordarlo, scaturiscono dalle forti influenze illuministe della rivoluzione francese, con i suoi motti di libertà, uguaglianza e fratellanza.

Il concetto moderno di democrazia si sviluppa in varie forme e modelli ma la prima distinzione che occorre fare è tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa:

  • democrazia diretta (o partecipativa) dove il potere sovrano è esercitato direttamente dal popolo, come avveniva nell’antica Grecia;
  • democrazia rappresentativa (o indiretta) dove il potere sovrano è esercitato da rappresentanti eletti dal popolo.

Le peculiarità della democrazia diretta sono chiarite alla voce successiva, qui ci soffermiamo sulle caratteristiche salienti della democrazia rappresentativa (quella italiana è tale), che sono: la carta costituzionale, la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), l’indipendenza dalle religioni.

Per inciso, è utile ricordare che la scienza politica ha individuato una serie di condizioni minime perché un dato regime politico possa definirsi democratico, quantomeno nel mondo occidentale, quali in particolare:

  • riconoscimento a priori della sovranità popolare;
  • suffragio universale, ossia diritto di voto (libero) esteso a ogni cittadino maggiorenne;
  • elezioni libere, competitive, regolari, periodiche;
  • multipartitismo, ossia presenza di più partiti in competizione tra loro;
  • libertà di parola, di culto, di informazione, di associazione;
  • fonti di informazione plurime, indipendenti e imparziali;
  • riconoscimento dei diritti umani fondamentali, enunciati dalla Dichiarazione universale approvata dall’Assemblea generale dell’ONU il 10 dicembre 1948 (art. 1 Legge 4 agosto 1955 n. 848, «tutti gli esseri umani nascono uguali in dignità e diritti»);
  • eliminazione delle più vistose disuguaglianze socio-economiche;
  • diffusione della cultura democratica ad ogni livello.

Non c’è chi non veda che la nostra democrazia rappresentativa è ibrida e difettosa, in quanto talune delle citate condizioni minime e taluni importanti istituti di partecipazione alla vita pubblica previsti dall’ordinamento giuridico sono applicati in modo distorto, mentre altri sono perfino disapplicati. Di seguito, si citano alcuni esempi eclatanti in cui la «sovranità popolare» è semplicemente calpestata:

  • l’art. 1 Cost. sancisce solennemente che «l’Italia è una repubblica democratica» e che «la sovranità appartiene al popolo» ma, nei fatti, la democrazia è attuata solo in parte e la sovranità è gestita dai partiti politici;
  • l’art. 48 Cost. sancisce che i cittadini partecipano alla vita pubblica esercitando il diritto di voto (personale, eguale, libero e segreto) ma, nei fatti, il diritto di preferenza è notevolmente ridotto e gli elettori sono fortemente condizionati dalle predeterminazioni dei partiti politici;
  • l’art. 49 Cost. sancisce che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» ma, nei fatti, i partiti hanno espropriato la sovranità popolare o l’hanno comunque vanificata;
  • l’art. 50 Cost. sancisce che «tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità» ma, nei fatti, le petizioni rimangono lettera morta;
  • l’art. 118 Cost. sancisce che lo Stato, le Regioni, le Città metropolitane, le Province e i Comuni «favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà» ma, nei fatti, il dettato costituzionale subisce limitazioni e condizionamenti di ogni genere.

L’attuale situazione politica evidenzia un mixtum compositum di poteri malefici, aggrovigliati fra loro, per effetto di un degenerato sistema organizzativo e di perverse prassi interne che consentono opinabili spazi di manovra agli organi, agli organismi e ai singoli «signori della politica».

Inoltre, il sistema è reso complesso e confuso anche per effetto di oscure forme di spartizione del potere all’interno della maggioranza e tra maggioranza ed opposizione.

Di più, il sistema è creato ad arte per consentire ampi spazi di manovra in ogni settore operativo, onde favorire l’affermarsi di una cultura fondata sul privilegio, sul favoritismo e sulla sopraffazione, con un sempre più ampio stravolgimento delle regole.

Di questo passo, non può che avere il sopravvento un’organizzazione generale basata sulla discriminazione sociale, in cui i «signori della politica», detentori di potere, possono qualsiasi cosa, mentre i comuni mortali sono costretti a subire ogni sorta di angherie.

Un siffatto genere di organizzazione delinea un’immagine di democrazia di pura facciata, una pseudo democrazia che, sostanzialmente, si esaurisce nell’esercizio del diritto di voto (condizionato pure esso), rivelando così i caratteri propri dell’assolutismo, dell’autoritarismo e del totalitarismo.

Va detto che in una reale e autentica democrazia il cittadino non è mero spettatore, relegato ad esprimere solo insoddisfazione e lamento, ma è un vero e proprio protagonista, che partecipa attivamente alla vita pubblica, cosa impossibile nella pseudo democrazia di casa nostra.

Occorre quindi gettare le basi per la maturazione di una nuova cultura e il passaggio obbligato per farlo non può che essere quello dell’educazione e della formazione, ma gli onorevoli «signori della politica», ahinoi, non hanno mai mostrato un reale interesse a infondere i valori fondamentali del vivere civile, iniziando con imporre l’insegnamento dell’educazione civica e dell’etica nelle scuole di ogni ordine e grado.

Per effetto della non centralità della cultura, dell’etica e dell’educazione, oggi intenzionalmente ridotta al minimo dai «signori della politica», la tendenza alla trasgressione in Italia è elevatissima, con conseguenti elevati fenomeni di potere malefico, di corruzione, di discriminazione e di mafia.

L’organizzazione interna dei partiti è regolamentata dai rispettivi statuti e può variare da un partito all’altro ma, generalmente, sono previsti i seguenti organi: organo assembleare, che rappresenta gli iscritti; organo collegiale, che sovrintende ai problemi ordinari; segretario, che dirige e rappresenta il partito; presidente, che presiede gli organi collegiali.

La figura di spicco è senz’altro il segretario, che è il leader dei vari partiti politici, in alcuni dei quali, oltre all’effettiva direzione del partito, assorbe anche le funzioni di presidente.

La funzione del segretario è di grande rilievo, con poteri effettivi di ampia portata nella definizione della linea politica del partito e dei programmi elettorali, fino al punto di condizionare gli orientamenti politici degli organi di partito.

Una simile idea assolutistica di leader può derivare da norma statutaria ma può essere anche frutto del carisma acquisito sul campo da una persona di presunte o reali spiccate qualità politiche, ricca di fascino e di doti intellettuali.

In genere, la vera caratura del segretario, del leader, si misura ex post, mai ex ante, in ragione dello spessore dell’eredità che lascia, ma negli ambienti politici dei giorni nostri le eccezioni sembrano prevalere sulla regola.

Tra le singolarità dei moderni ambienti politici fa poi spicco la situazione di taluni aderenti al partito che vengono a trovarsi in posizione di sudditanza rispetto alla figura del leader, al punto che, per compiacere al medesimo, sono pronti a colpire tanto il nemico quanto l’amico.

Dall’attuale squallida situazione generale emerge chiaramente che i partiti politici hanno dato origine a forme di «democrazia all’italiana», come direbbe Totò (l’aggettivo «all’italiana» è entrato nell’uso comune per indicare qualcosa di ingannevole), a convulsi stravolgimenti delle regole, a forme di vera e propria «democrazia consociativa», in cui maggioranza e opposizione, pur nel formale rispetto della distinzione dei ruoli, concordano molte scelte e molte cariche politiche, sostanzialmente spartendosi il potere.

In tutto ciò non ci sarebbe niente di male se detta strana «democrazia all’italiana» fosse trasparente e alla luce del sole, mentre invece, molto spesso, compaiono forme di potere malefico individuali o di gruppo, avvolte da intrighi e da arcane mosse politiche.

Sono sotto gli occhi di tutti i molti snodi irrisolti della nostra democrazia ingessata e della nostra economia depressa, causata dalla prevalenza delle eccezioni sulle regole, dell’inerzia delle pubbliche istituzioni a tutti i livelli, della mancanza di un corretto e sano equilibrio tra iniziativa privata e mano pubblica, ma anche della mancanza di onestà, moralità ed etica, sia a livello pubblico che individuale.

Da notare poi che una sana democrazia, la nostra non è certo tale, per definizione presuppone periodici cambi generazionali della classe politica e, quindi, l’entrata in scena di tante persone nuove e credibili in grado di fare scelte politiche forti e innovative.

Inoltre, in una sana democrazia, di regola, i «signori della politica» non devono esitare a dimettersi immediatamente quando si trovino coinvolti in uno scandalo e i cittadini, da parte loro, non devono esitare ad esigerlo in tutti i modi civili possibili. Ma tale regola, come chiarito più sopra, non è conosciuta da detti signori, ai quali torna comodo sostituirla con puntuali eccezioni.

Il grande maestro Norberto Bobbio, giurista, filosofo, storico, politologo e senatore a vita (1909-2004), sul tanto discusso archetipo di «democrazia», ci ha lasciato un grande e prezioso insegnamento:

«la democrazia ha bisogno di buone leggi e di buoni costumi».

Il presupposto indispensabile per avere «buone leggi» è una classe politica seriamente orientata al bene comune, mentre quello per avere «buoni costumi» è un grande impegno educativo e formativo seriamente orientato al rispetto delle regole, frutto di un processo lungo e complesso, presupposti che difettano entrambi ai giorni nostri.

E la grave mancanza di tali presupposti l’ha rimarcata lo stesso Norberto Bobbio in uno scritto dd. 14 febbraio 1972 indirizzato all’amico Guido Fassò (filosofo e giurista italiano, 1915-1974), poi dallo stesso sottolineata nell’opera La democrazia in Grecia, Giuffrè Editore, 1999. Gli aspetti essenziali dello scritto in questione, tutti di palpitante attualità, per ricchezza e pregnanza di contenuti, meritano essere conosciuti e diffusi:

«questa nostra democrazia è divenuta sempre più un guscio vuoto, o meglio un paravento dietro cui si nasconde un potere sempre più corrotto, sempre più incontrollato, sempre più esorbitante […] Democrazia di fuori, nella facciata. Ma dietro la tradizionale prepotenza dei potenti che non sono disposti a rinunciare nemmeno a un’oncia del loro potere, e lo mantengono con tutti i mezzi, prima di tutto con la corruzione […] La democrazia non è soltanto metodo, ma è anche un ideale: è l’ideale egualitario. Dove questo ideale non ispira i governanti di un regime che si proclama democratico, la democrazia è un nome vano. Io non posso separare la democrazia formale da quella sostanziale. Ho il presentimento che dove c’è soltanto la prima, un regime democratico non è destinato a durare […] Sono molto amaro, amico mio. Ma vedo questo nostro sistema politico sfasciarsi a poco a poco […] a causa delle sue interne, profonde, forse inarrestabili degenerazioni».

In breve, il grande maestro Norberto Bobbio ci insegna che presupposto indispensabile per avere una buona politica in ogni campo della vita pubblica, è quello di una classe politica veramente e seriamente orientata al bene comune e al rispetto delle regole.

A dispetto dei preziosi insegnamenti di Norberto Bobbio, oggi si parla apertamente di «politica-spettacolo», intendendo quel genere di politica che nell’opacità del sistema, a danno della credibilità e della trasparenza, privilegia la spettacolarità, servendosi anche dei mezzi di comunicazione di massa.

Le basi di una sana democrazia presuppongono una classe politica che, oltre ad avere un alto senso di moralità e delle pubbliche istituzioni, disponga di alcune qualità indispensabili, quali in particolare: adeguata cultura, esperienza, onestà concettuale, integrità morale, trasparenza, concretezza, non faziosità, coerenza, obiettività, equilibrio, forza d’animo, capacità di ascolto, spirito civico, senso di responsabilità, impegno personale per la giustizia sociale, sobrietà, capacità di relazione e di partecipazione.

Se i politici, da cui dipendono le sorti e il futuro del Paese, non possiedono tali qualità da essi non possiamo aspettarci niente di buono e il Paese è destinato al deterioramento morale e materiale.

In democrazia, il giudizio sul possesso delle citate qualità è demandato ai cittadini che lo manifestano nel segreto delle urne, esprimendolo con il voto di preferenza.

Cosa dobbiamo pensare dei nostri onorevoli «signori della politica» che hanno ideato e approvato un obbrobrio giuridico e politico che:

per sottrarsi al giudizio dei cittadini hanno fatto la «maialata» di sopprimere – in toto o in parte – il voto di preferenza?

Una sola cosa si può pensare che, con tale infamità, hanno firmato la tanto agognata autocondanna all’ergastolo politico!

È di palmare evidenza che in una sana democrazia non possono esistere «signori della politica» autocondannatisi all’ergastolo politico.

Si ha motivo di ritenere che, fino a quando i cittadini, in forza della sovranità popolare, nel segreto delle urne non avranno il coraggio di rimuovere i «signori della politica» autocondannatisi all’ergastolo politico non ci potrà mai essere una vera restaurazione della democrazia.

Il presupposto essenziale perché un Paese possa distinguersi e progredire, come detto sopra, è quello di poter contare su politici di specchiata onestà e integrità morale e su una seria politica nazionale che rispetti le regole e che sappia premiare chi ha le capacità e incoraggiare la voglia d’intraprendere.

Il nostro Paese non riuscirà mai ad emergere se, nonostante le sue buone risorse umane e le sue capacità potenziali di sviluppo, è governato da politici privi di scrupoli e di etica individuale e se, sul piano economico, non saprà essere concorrenziale.

Tra le innumerevoli anomalie della compagine politica, fa spicco la prassi – seguita ormai quasi sistematicamente – dei «signori della politica» dei nostri giorni di ricorrere all’assegnazione delle cariche e degli incarichi istituzionali secondo il metodo delle affiliazioni politiche, delle amicizie e aderenze politiche, prescindendo dalla meritocrazia.

Questa, è la principale causa di fondo per cui la res publica è gestita nell’opacità e nell’autoreferenzialità, con conseguente tendenza ad evitare dirette responsabilità gestionali, metodi deleteri ai fini della crescita e dello sviluppo, che determinano anche enormi sprechi di risorse finanziarie.

Altra grave anomalia della compagine politica è la conduzione della res publica in assenza di qualsivoglia programmazione e pianificazione, oltre che in spregio dell’etica e delle regole generali, favorendo in questo modo la diffusione dell’illecito e dell’illegalità nella società.

Il governo centrale e quello degli enti territoriali non può prescindere da una seria «programmazione» (economica, della finanza, della gestione, di tipo strategico), intesa come «insieme di decisioni e di azioni idonee a influenzare attivamente la dinamica di un sistema complesso orientandolo verso determinati fini», né può prescindere da una seria «pianificazione concernente le problematiche, gli obiettivi e gli effetti di lungo periodo …».

L’attuale situazione è indubitabilmente preoccupante, a fortiori se si pensa che l’inquietante cattiva conduzione della res publica, di cui si è detto più sopra, è interconnessa con la questione morale.

Un Paese, qual è il nostro, che per le sue inadeguatezze e carenze non riesce a estinguere il male dilagante non può avere credibilità e, soprattutto, non può avere futuro. A mero titolo di esempio:

  • per frenare i fenomeni di mala gestio, occorre instaurare un chiaro rapporto con la verità e, quindi, alla menzogna e all’ipocrisia si deve contrapporre la parresia, quella veritiera non quella falsa, ingannevole e illusoria;
  • per frenare il malcostume e la corruzione dilagante servono rigorose disposizioni sui conflitti di interesse dei «signori della politica»;
  • per limitare anomalie nella gestione della res publica, servono idonei strumenti che assicurino la massima trasparenza, in modo da escludere furberie volte a procurare consenso elettorale, comode poltrone politiche, arricchimento;
  • per limitare gli sprechi da parte della politica, occorre un previo puntuale controllo di regolarità, formale e sostanziale, da parte della «ragioneria» locale;
  • per limitare la corruzione dilagante e gli sprechi da parte della politica centrale e locale, occorre un controllo preventivo della Corte dei conti sulla parte di spesa straordinaria superiore ad una data soglia;
  • per limitare gli abusi da parte di tecnici, ispettori e controllori compiacenti con i politici o con i poteri forti, occorre pretendere dagli stessi perizie, rapporti, consulenze, stime, etc. regolarmente asseverate;
  • per risanare gli apparati istituzionali centrali e locali occorre incominciare da una drastica riduzione degli Enti pubblici, una riduzione di almeno il 50% dei rappresentanti politici, delle relative prebende e dei privilegi;
  • per risanare il settore degli appalti pubblici, serve una norma di legge che escluda le imprese che abbiano eseguito lavori dimostratisi fuori dalle regole, viziati o difettosi;
  • per arginare il male, serve un preventivo controllo sulla dubbia posizione di persone nullafacenti o che sembrano avere un sospetto stile di vita;
  • per limitare le evasioni fiscali, serve un puntuale controllo sul lavoro autonomo e sulle cooperative che, dal giro di affari, si delineano come vere e proprie imprese e, come tali, devono essere assoggettate alle relative regole fiscali;
  • per limitare truffe sociali legalizzate, serve un controllo delle cooperative e delle fondazioni che, celatamente, perseguono fuorvianti fini politici o illeciti fini di lucro, anziché morali o culturali, con opportunità di arricchimento per chi amministra ed opera.

Le colpevoli condotte commissive od omissive nella gestione della res publica sono tanto più diffuse e accentuate quanto più difettano le necessarie qualità e virtù nei «signori della politica», di cui si è detto più sopra, alle quali non si può certo sopperire con impianti, organismi, sistemi e contegni di pura apparenza, come si sta facendo attualmente.

I «signori della politica», sapendo che il loro agire scorretto, i loro difformi contegni e le loro incoerenze in discorsi o in azioni hanno una ricaduta negativa negli orientamenti dell’opinione pubblica, se ne guardano bene dal rendersi invisi agli elettori e, consci di ciò, assumono condotte generiche, basate sulla pura apparenza, figlia naturale dell’ipocrisia.

Ciò che conta per detti signori è salvare l’apparenza in qualsiasi modo, salvare la forma, salvare l’immagine positiva di se stessi, mostrarsi altro da ciò che sono realmente, ma questo denota però la loro infida personalità.

È nelle aspettative di tutti che i «signori della politica», al contrario di tale ingannevole modo di essere, nell’esercizio delle loro funzioni, non si limitino all’apparenza ma diano prova di:

  • concretezza, rigore morale e retta coscienza, qualità che comportano il dovere morale di rispondere delle proprie azioni e dei propri comportamenti, che dovrebbero tradursi in freno inibitore per ogni azione che si profili contraria al bene comune;
  • coerenza nelle scelte e nei comportamenti, qualità che implicano concordanza e conformità nell’agire pratico, in difetto l’attività politica è destinata a scadere nella vanità o divenire espressione di potere fine a se stesso.

Per fronteggiare le varie patologie e per colmare le molte lacune e deficienze della politica, si dovrebbe pensare, ad es., ad una scuola pubblica di formazione della classe politica, che dia una preparazione tecnica, oltre che etica individuale e collettiva di base, per accedere alle principali cariche pubbliche.

Il compito precipuo di tale scuola pubblica è quello di fornire i primi rudimenti volti a inculcare il rispetto delle regole, a preservare i valori fondamentali della comunità, a sostenere i valori dello spirito, a promuovere e perseguire il bene comune, avendo cura di conservare sempre la concordia interna. Ulteriore compito precipuo della scuola in questione dovrebbe essere quello di creare le necessarie premesse che scongiurino una selvaggia distribuzione della ricchezza, in modo da evitare il formarsi della miseria in mezzo all’abbondanza.

È quasi superfluo ricordare che in un vero e autentico sistema democratico, che non è il nostro, la politica non è solo imposta dall’alto ma è intensificata e corroborata dal basso e perciò presuppone un’ampia partecipazione, da una parte, e un’effettiva capacità di ascolto e di confronto, dall’altra.

Ne consegue che la democrazia, quella vera e non quella apparente come la nostra, richiedendo per sua stessa natura la partecipazione di tutti, respinge ogni tendenza verticista, decisionista, egemonista, ed accoglie invece chiunque voglia impegnarsi, con metodi democratici e con sana passione civile, per il bene di tutti.

Per sottolineare l’importanza della passione civile, che è fondamentale nell’amministrazione della res publica, il grande filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) ha elaborato lo stupendo aforisma:

«nichts Großes in der Welt geschieht ohne Leidenschaft

nulla di grande nel mondo è stato fatto senza la passione».

Al giorno d’oggi, al contrario, è triste dover constatare come molte persone impegnate in politica si muovano e agiscano prive di una vera e propria passione civile, persone che, mosse solo dalla smania di acquisire consenso a fini elettoralistici, agiscono con la testa del partito di appartenenza, prive di vere idealità, indifferenti a tutto ciò che non è di diretto giovamento personale.

Oggi in Italia registriamo un impianto politico adulterato, fatto di pure apparenze, originato dalla «degenerazione oligarchica dei partiti», come definita dallo storico russo Moisei Ostrogorski (1854-1921), contrassegnato da una dilagante corruzione, funzionale al sistema partitico.

In altri termini, l’attuale impianto politico in Italia è basato sul totalitarismo dei partiti e sui professionisti della politica, impianto che in realtà si rivela un «pseudo sistema democratico partitico», che non favorisce certo la concordia politica e sociale e che si connota negativamente per la presenza di:

  • un dominio incontrastato dei partiti, percepiti come macchine elettorali e come figure di potere malefico che operano solo per autoperpetuarsi;
  • partiti politici che hanno trasformato la democrazia in una sorta di oligarchia partitica;
  • partiti e movimenti politici privi di vere idealità che soffrono di grave impoverimento culturale;
  • partiti e movimenti politici che non rispettano le regole e forgiano eccezioni a non finire;
  • partiti e movimenti politici che tradiscono sistematicamente le aspettative e le promesse, specializzati nell’ideazione di paralisi politiche;
  • partiti e movimenti politici che, oltre ad avere per loro natura una visione e funzione politica di parte, sostengono modelli politici verticisti, decisionisti, egemonisti;
  • partiti politici di maggioranza che impongono la politica dall’alto, spesso contrassegnata da ideologie di altri tempi, a prescindere dalle aspettative e dai bisogni dei cittadini;
  • partiti politici che hanno creato un clientelismo sfrenato e che ha dato anche luogo ad un’infinità di comode poltrone politiche, con assunzioni facili di dipendenti in cambio di voti;
  • partiti politici che sovrastano la sovranità popolare e la comprimono in modo tale che i cittadini, di fatto, non possono andare oltre la passiva accettazione delle scelte politiche fatte dai partiti stessi.

Le sopra elencate degenerazioni, deficienze e inefficienze dei partiti politici evidenziano i limiti della moderna democrazia rappresentativa, giunti ormai ad una soglia di pericolosità, per cui occorre correggere le storture, prima che sia troppo tardi, con efficaci strumenti di democrazia diretta (cfr. la voce successiva).

I cittadini, da parte loro, non possono riporre fiducia in «signori della politica» che non rispettano le regole, che tradiscono le promesse, che occultano la verità, che raccontano menzogne, che negano la realtà, che sentono e vivono l’idea di bene comune come una palla al piede. Ecco perché i cittadini hanno sempre meno fiducia nella classe politica e nelle istituzioni, credono sempre meno alla giustizia sociale e, più in generale, nelle relazioni sociali e sentono sempre più il bisogno di proteggersi dagli altri.

I «signori della politica», con speciosa giustificazione di comodo, sostengono che qualche negativo aspetto della realtà politica, qualche devianza dalle regole e qualche turpe verità può essere pericoloso portarla a conoscenza delle masse e perciò è opportuno tacerla in toto o in parte.

In questo modo, detti signori abbracciano l’idea che la verità è destinata a pochi e che i più sono incapaci di sopportarla.

Sulla base di tale deprecabile ragionamento pervengono alla conclusione che, in politica, non tutte le verità si possono dire e proclamare e così, implicitamente, finiscono per propinare una verità di parte onde giustificare la non rivelazione della verità, che equivale ad ammettere l’esistenza di una «doppia verità».

Non è vero che ci sono verità pericolose per le masse e che i più sono incapaci di sopportarle, ma è vero piuttosto che riportando la verità nuda e cruda gli istrioni «signori della politica» sanno di perdere ogni residuo di credibilità.

In buona sostanza, il ragionamento della «doppia verità» escogitato ad arte dai «signori della politica» non ha plausibili giustificazioni, anzi dimostra che tali signori hanno la coda di paglia.

Non c’è poi chi non veda che i detestabili casi di «doppia verità» sono alla base di quotidiani intrighi politici e di deplorevoli comportamenti politici.

A quanto pare, nessuno di questi istrioni «signori della politica» vuole rendersi conto che le «doppie verità» vanno a scapito della loro stima pubblica e dell’onore, così continuano imperterriti nelle loro malefatte.

La fiducia nelle istituzioni può tornare solo se detti «onorevoli signori» sapranno rendersi credibili, affidabili e trasparenti agli occhi dei cittadini, mettendoli in condizione di conoscere la realtà, quella vera non quella manipolata.

Il potere nella democrazia diretta

Nelle antiche città greche, la democrazia diretta (o partecipativa) era esercitata direttamente dai cittadini riuniti nell’agorà (piazza centrale della polis in cui si svolgeva la vita politica), dove si davano delle regole e discutevano sui vari problemi connessi alla comune convivenza.

Nell’antica Roma, fin dal periodo della monarchia, la democrazia diretta era esercitata in forme diverse: i Comizi (centuriati, tributi, curiati) erano chiamati ad approvare o respingere le proposte di legge del Senato ma potevano anche proporne a loro volta (la sigla SPQR – Senatus PopulusQue Romanus – esprime il sistema di democrazia diretta dell’antica Roma).

In chiave moderna, per «democrazia diretta» si intende quell’ideazione di democrazia in cui i cittadini, nel rispetto delle regole previste, possono esercitare determinate forme di potere legislativo, in alternativa al Parlamento.

Pur avendo come base il sistema della «democrazia rappresentativa», la democrazia diretta privilegia la previa capacità di ascolto e di confronto e quindi i cittadini sono coinvolti ex ante e non ex post, specie quando le scelte politiche hanno immediate ripercussioni sui cittadini stessi.

In tale contesto, la «democrazia diretta» è una forma complementare alla democrazia rappresentativa per risolvere difficoltà attuative o operative della stessa e per aumentarne la qualità. Presenta inoltre il vantaggio di costringere i rappresentanti politici a prendere impegni realistici, in quanto sono esposti al continuo giudizio dei cittadini.

Oggi, più che mai, si avverte l’esigenza e l’urgenza di rivitalizzare la democrazia rappresentativa e di sperimentare forme di «democrazia diretta», capaci di favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica.

La Costituzione della Repubblica Italiana prevede quattro fragili strumenti di «democrazia diretta», quali in particolare:

  1. referendum abrogativo (art. 75 Cost.), che consente l’abrogazione di leggi, su presentazione di 500.000 firme autenticate, raccolte in un arco massimo di tempo di tre mesi, a condizione che si superi poi il quorum del 50% degli aventi diritto al voto;
  2. referendum confermativo (art. 138 Cost.), che può aver luogo se una modifica alla Costituzione è stata approvata da ciascuna delle due Camere con una maggioranza inferiore ai due terzi dei relativi componenti; il referendum deve essere richiesto entro tre mesi da un quinto dei membri di una Camera, da cinque Consigli regionali o da 500.000 elettori;
  3. legge di iniziativa popolare (art. 71 Cost.), consente la presentazione al Parlamento di un d.d.l. su richiesta di almeno 50.000 elettori;
  4. petizione (art. 50 Cost.), consente di chiedere provvedimenti legislativi alle Camere o esporre comuni necessità.

Le condizioni previste per i referendum abrogativi e confermativi (sub 1 e 2) sono talmente gravose da vanificare di fatto l’iniziativa popolare, mentre le proposte popolari e le petizioni (sub 3 e 4), mancando una normativa ad hoc, non vengono nemmeno discusse, né tantomeno votate dal Parlamento.

In pratica, di questo genere di «democrazia diretta» se ne può fare volentieri a meno. La situazione testé riportata è un chiaro esempio di Costituzione, la nostra, che non brilla certo per concretezza, anzi si caratterizza per finzione, indeterminatezza e superficialità, specie a riguardo dei diritti sociali. Di tale segno sono molti dettati della Costituzione, come ad es. quelli di cui agli artt. 1, 48, 49, 50, 118 commentati alla voce precedente (Il potere nella democrazia rappresentativa).

Gli istrioni «signori della politica», abili venditori di fumo, pur consci che molti articoli della Costituzione si limitano ad esprimere ipotetici scopi e intenti politici, in mala fede hanno voluto ugualmente creare il mito della «più bella Costituzione del mondo», con i risultati deludenti che sono sotto gli occhi di tutti.

La Confederazione elvetica, a differenza dell’Italia, è di grande esempio nelle varie forme di esercizio della democrazia diretta, ove i vari istituti vengono applicati con regolarità, a livello nazionale, cantonale e comunale.

Invero, il sistema elvetico contempla ambedue le forme di democrazia «rappresentativa» e «diretta», come del resto quello dei vari Paesi del mondo occidentale, ma rispetto agli altri la democrazia diretta in Svizzera è particolarmente accentuata.

I nostri onorevoli «signori della politica» sono restii alle forme di democrazia diretta di stile elvetico, perché sanno che, in caso di consultazione referendaria, il loro operato verrebbe contestato e non sarebbe comunque ratificato dai cittadini.

Per conservare nel tempo il «monopolio della politica», detti signori se ne guardano bene dal favorire forme di «democrazia diretta» e dall’introdurre nel nostro Paese assetti tali che, a lungo andare, potrebbero controllare e sindacare il loro operato, quali ad es.:

  • istituzionalizzare e attivare forme di consultazione popolare, referendum abrogativi e costitutivi, a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale;
  • istituzionalizzare il referendum obbligatorio per revisioni totali o parziali della Costituzione repubblicana;
  • istituzionalizzare il referendum obbligatorio per alcune tipologie specifiche di leggi (es. quelle concernente i deputati, leggi elettorali, etc.);
  • istituzionalizzare il referendum propositivo per leggi ordinarie;
  • istituzionalizzare le proposte popolari e le mozioni di iniziativa popolare;
  • istituzionalizzare la petizione popolare, a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale, che imponga all’organo investito di dare una congruente risposta;
  • istituzionalizzare il diritto di revoca immediata di un rappresentante eletto, quando risulti accertato il coinvolgimento in uno scandalo;
  • istituzionalizzare e attivare formali sondaggi e indagini di opinione come metodo permanente di confronto con le masse popolari;
  • promuovere un processo di acculturazione, di accrescimento e miglioramento del livello formativo dei giovani e delle masse popolari;
  • instaurare imparziali, retti e trasparenti rapporti con gli amministrati, a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale;
  • improntare l’attività politica sulla chiarezza, sulla visibilità e verità;
  • introdurre l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole di primo grado;
  • introdurre l’insegnamento dell’etica privata e pubblica nelle scuole di secondo grado;
  • istituire la facoltà di etica presso le varie Università;

Di fatto, i potenti «signori della politica» hanno ideato una sorta di «monopolio della politica» basato unicamente sull’apparenza e sull’ipocrisia, e ciò spiega la ragione per cui la democrazia nel nostro Paese è puramente formale e non sostanziale.

La situazione di esclusività oggi in essere è concepita in modo tale da escludere, come detto sopra, ogni forma di democrazia diretta e di partecipazione consultiva dei cittadini.

In buona sostanza, gli onorevoli «signori della politica» hanno originato un sistema esclusivistico e, nello stesso tempo, si considerano assolutamente insindacabili, il tutto in spregio dell’art. 1 della Costituzione, secondo cui «la sovranità appartiene al popolo».

In questo modo, detti potenti signori hanno creato un vero e proprio monopolio del potere, con conseguente mortificazione dei cittadini, per cui se ne guardano bene dal favorire una qualsiasi forma di «democrazia diretta».

Un potere politico esercitato con simili intenti, in spregio dei basilari principi democratici, un potere che tutela sfrontatamente gli interessi propri della casta, è necessario rimarcarlo, non può che essere il più malefico dei poteri.

In caso di pervicace difesa del «monopolio del potere» da parte dei signori della politica», con avvilimento degli impotenti cittadini, a questi ultimi non rimane che ricordarsene nel segreto delle urne, prima lo faranno più in fretta faranno il bene del Paese.

Per completezza di argomentazione, va qui opportunamente sottolineato che il regolare funzionamento degli istituti della «democrazia diretta» presuppone un adeguato grado di cultura dei cittadini, che gli onorevoli «signori della politica» non si sono mai preoccupati concretamente di assicurare e, ancora oggi, sembrano lungi dal farlo.

Al riguardo, è necessario ricordare che l’attivazione degli istituti della «democrazia diretta» richiede alto senso civico, grande sensibilità da parte dei cittadini verso i problemi della comunità, disponibilità ad informarsi ed a confrontarsi, interesse per la cosa pubblica, spazi di tempo da dedicare ad essa.

In ogni caso, per avversare l’attuale situazione di stallo e per dar vita a forme di «democrazia diretta», i cittadini devono comunque impegnarsi a fondo, con iniziative forti, diversamente i partiti ed i singoli politici se ne approfittano per fare il bello e il cattivo tempo.

È auspicabile, in primis, che i cittadini seguano i lavori politici ad ogni livello istituzionale (Comune, Provincia, Regione, Stato) e, in caso di evidenti anomalie o inefficienze, non esitino a manifestare il loro disappunto sulla stampa e in qualsiasi altro modo possibile.

È altresì auspicabile che i cittadini, nel segreto dell’urna, abbiano il coraggio di esprimere un giudizio spassionato sull’operato della politica e non si lascino influenzare dall’ipocrita propaganda dei partiti politici e dei «poteri forti» (cfr. le relative voci al Capitolo III).